Libya-physical-mapStabilizzare la zona meridionale della Libia sembra essere una noce troppo dura da rompere per l’ancora troppo gracile governo libico. Eppure, è proprio da qui che arriva una delle principali minacce geopolitiche alla stabilità del paese.

L’Italia ha interessi strategici in Libia: dal rifornimento di gas e petrolio al controllo delle migrazioni, dalla possibilità di commesse commerciali ed economiche per le proprie aziende alla sicurezza della regione del Mediterraneo. Una Libia stabile e democratica è perciò nell’interesse di Roma, che infatti è uno dei principali contributori alla sicurezza del paese. E tra i compiti che l’Italia si è impegnata a realizzare rientra anche la sicurezza dei confini meridionali della Libia.

Nel dicembre scorso, il Congresso generale nazionale della Libia (l’attuale parlamento) ha dichiarato zona di operazioni militari tutto il sud del paese, una vastissima area desertica, che si allunga per oltre 1.500 chilometri dall’Algeria all’Egitto, che a sud confina con Ciad, Niger e Sudan, e che comprende le aree attorno ai centri abitati di Ghadamis, Ghat, Awbari, Al-Shati, Sebha, Murzuq e Kufra. Il parlamento libico ha anche deciso di chiudere temporaneamente i confini meridionali del paese e ha impegnato il governo a nominare un governatore militare per la regione, cui delegare pieni poteri per porre in sicurezza i confini.

Le ragioni che hanno spinto Tripoli ad adottare questa decisione sono due. La prima è dettata da un’esigenza immediata: evitare infiltrazioni da parte degli estremisti islamici cacciati dal Mali, che potrebbero fornire addestramento militare, in cambio di armi provenienti dagli arsenali dell’ex regime di Gheddafi, alle milizie presenti nella regione, da sempre elementi di forte instabilità per ogni potere centrale insediato a Tripoli. La seconda è un’esigenza più a lungo termine: porre fine all’assenza di regole e controlli che caratterizza la regione e quindi ridurre i fattori di instabilità per il paese.

L’attuale governo libico non ha però la forza di imporsi nella regione che da sempre, adesso più di prima, fornisce alle milizie dei trafficanti di droga, di armi, di merci, di esseri umani la possibilità di passare facilmente da un confine all’altro. Più recente è invece la presenza di movimenti leali all’ex regime di Gheddafi che qui hanno trovato rifugio dopo la fine della guerra civile. Molte tribù della regione, infatti, sono sempre state fedeli al colonnello. Come i Qadhadhifa, che nel 1969 sostennero con forza il colpo di stato di Gheddafi. In cambio, per quant’anni, hanno ottenuto la promozione di molti membri della tribù ai vertici del regime e, durante la guerra civile, hanno riaffermato il loro appoggio all’ex dittatore. I Magarha, la seconda tribù del paese, composta da circa un milione di persone in tuitta la Libia, sono originari del Fezzan e molti dei suoi esponenti ricoprivano alti incarichi nelle forze armate di Gheddafi. La tribù Awlad Sulayman, invece, ha appoggiato le forze di liberazione e nel settembre del 2011 e ha dato un contributo importante nella battaglia con cui l’Esercito di liberazione nazionale ha sottratto in mniera definitiva alle forze fedeli a Gheddafi il controllo della città di Sebha. Quando avra’ la forza di farsi valere anche nel sud del paese, il nuovo governo dovrà decidere come scendere a patti con queste tribù, ma nel frattempo sparatorie e scaramucce tra le rispettive milizie armate mettono a rischio la sicurezza della popolazione nei centri abitati e le vittime si contano a centinaia.

La totale assenza di sicurezza è stata messa in evidenza da due episodi eclatanti avvenuti di recente nelle regione. Il primo è stata nel dicembre 2012 l‘evasione dalla prigione di Sebha di 197 detenuti, riuscita molto probabilmente grazie alla complicità delle guardie carcerarie. Il secondo è avvenuto il 5 gennaio 2013, sempre a Sebha: un gruppo di fuoco, la cui provenienza non è stata ancora determinata con certezza, ha assaltato l’albergo in cui si trovava Mohamed Yousef El-Magariaf, presidente del parlamento libico, e ne è nato uno scontro armato durato tre ore con le guardie del corpo del presidente. Far rispettare l’autorità di Tripoli, mettere in sicurezza i confini e garantire l’operatività degli impianti di estrazione di petrolio e gas nel sud del paese appare quindi un compito troppo grande per le forze armate libiche.

Come è apparso chiaro durante la Conferenza internazionale sulla sicurezza, la giustizia e lo stato di diritto della Libia che si è tenuta a Parigi lo scorso 12 febbraio, saranno in realtà i paesi europei e occidentali a cercare di farlo. Alla conferenza hanno partecipato 17 delegazioni: Germania, Danimarca, Emirati arabi uniti, Spagna, Stati uniti, Francia, Italia, Malta, Qatar, Regno Unito, Turchia, Consiglio di cooperazione del Golfo, Lega araba, Nazioni Unite, Unione Africana, Unione europea e Unione del Maghreb arabo. E’ stato esaminato il master plan dell’Onu che prevede 80 programmi di intervento in Libia. Francia e Gran Bretagna hanno 36 progetti in fase di attuazione, mentre l’Italia è a quota 35. L’Italia si occuperà soprattutto del controllo ai confini, in particolare quelli meridionali. L’Unione europea ha annunciato una missione civile per il prossimo giugno con una durata di almeno due anni, per addestrare le forze armate libiche. Al governo di Tripoli è stata promessa anche la tecnologia necessaria ad allestire una camera operativa congiunta di monitoraggio, che riceverà immagini satellitari ogni 10 minuti con cui controllare i confini. Il ministro della difesa libico, al-Barghani, ha smentito che la Libia stia per ricevere forze militari straniere destinate controllare i confini meridionali. La soluzione starebbe nell’integrare nelle forze di polizia libica gli ex combattenti, da far addestrare dalla missione europea. Tuttavia, ancora non è chiaro con quali mezzi militari le truppe addestrate dagli europei e guidate dalla tecnologia satellitare potranno intervenire su un terreno amplissimo e desertico, dove le linee di rifornimento logistiche si allungano a dismisura e dove le infrastrutture, dalle strade agli aeroporti, sono poche e poco efficienti.

Se la stabilità della Libia è fondamentale per l’Italia e l’Europa, i paesi occidentali non possono permettersi che il suo confine meridionale del paese diventi il “ventre molle” del loro sistema di sicurezza geopolitico.

Daniel Pescini

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