egitto-proteste1Gli stati-nazione potrebbero essere incompatibili con la nuova società che sta emergendo nel mondo arabo. Lo sostiene Nawaf Obaid, visiting fellow al Belfer Center for Science and International Affairs della Kennedy School of Government di  Harvard. In un suo recente articolo (“The Collapsing Arab State“) Obaid sostiene che dopo la Primavera araba del 2011, sia negli stati che hanno conosciuto un cambiamento di leadership  (Tunisia, Egitto, Libia, Yemen), sia in quelli che hanno resistito al cambiamento al prezzo del peggioramento delle condizioni di vita (come Iraq, Sudan, Baharain, Giordania) siano in atto dinamiche che minano alla basi l’utilità dello stato-nazione, così come lo ha storicamente conosciuto l’Occidente per poi esportarlo nel mondo arabo.

La prima dinamica è economica. La maggior parte degli stati arabi sta attraversando una disastrosa crisi economica e di produzione. Le risorse derivanti dalle fiscalità statali diminuiscono, il sistema monetario rischia il collasso e, di conseguenza, vengono meno i due elementi che storicamente hanno permesso agli stati-nazione di emergere come attori del sistema sociale e del sistema internazionale: la loro indipendenza economica e la loro capacità di sostenerne la crescita con mezzi propri.

La seconda dinamica è politica e sociale. “Ogni paese ha eletto leader (o largamente appoggiato ribelli) con legami ai movimenti islamisti più o meno radicali, comunque portatori di una ideologia religiosa che trascende lo stato-nazione.

La recente divisione del Sudan in due stati, i conflitti etnici tra curdi e arabi e quelli religiosi tra sciiti e sunniti in Iraq, l’assenza di sovranità in Libia, la guerra civile in Siria, le ribellioni sciite in Baharain, l’attività dei Fratelli musulmani in Giordania nonchè la costituzione, de facto, di un Kurdistan autonomo, sarebbero tutte manifestazioni dell’incapacità degli stati-nazione di avere le risorse economiche necessarie a sostenere le loro istituzioni.

Se questa analisi è corretta, le sue conseguenze si sentiranno anche nel raggio d’azione geopolitico dell’Italia. Citando il focus “Mediterraneo e Medio Oriente” curato dal Centro studi internazionali per l’Osservatorio di politica internazionale del Parlamento Italiano, possiamo analizzare la situazione nei paesi del Nord Africa.

Per quanto riguarda la Tunisia, il paese “non riesce a compiere un reale processo di transizione verso un nuovo sistema istituzionale a causa della debolezza intrinseca alle nuove istituzioni di Tunisi. Ad aggravare la situazione è arrivata, a inizio febbraio, l’uccisione di Chokri Belaid, leader dell’opposizione laica all’ esecutivo guidato da Ennadha. L’episodio ha fatto sorgere pesanti ombre sull’operato del partito di governo e sulla gestione del nuovo corso tunisino. Ennadha si trova così a governare un Paese in subbuglio, in precarie condizioni economiche e con una minaccia seria alla propria sicurezza e stabilità derivante dall’operato del gruppo jihadista Ansar al – Sharia, che ha molto beneficiato della situazione di crisi dell’intera regione”.

In Algeria, il governo guidato Abdelaziz Bouteflika continua “a trattare il problema della militanza salafita di ispirazione qaedista con le stesse categorie applicate durante la guerra civile del 1992-2002. Purtroppo, il cambiamento di tecniche adoperate da Al Qaeda nel Maghreb Islamico, rispetto ai suoi predecessori, imporrebbe che anche le forze armate algerine avviassero una riflessione metodologica interna. La gestione della crisi di In Amenas ha suscitato fortissime condanne internazionali e rischierebbe di compromettere i rapporti tra il governo di Algeri ed i governi dei Paesi occidentali nel momento in cui le reciproche istituzioni non riuscissero, in futuro, a trovare una strategia comune nella gestione delle crisi di presa di ostaggi. Le migliaia di cittadini occidentali (anche italiani) che lavorano in Algeria potrebbero rappresentare potenziali obbiettivi delle milizie qaediste. Il rapporto con la militanza islamica, sia nelle forme più estreme del terrorismo che in quelle mediate attraverso i partiti politici, resta una delle maggiori criticità del sistema algerino. A testimonianza di un approccio generalmente duro e poco flessibile nei confronti dell’islamismo politico, c’è stata la decisione, da parte del Ministero dell’Interno, di non concedere lo status di partito politico al movimento salafita del Libero risveglio islamico, il quale potrebbe continuare a rimanere una formazione semi – clandestina. Le zone desertiche dell’Algeria continuano a rappresentare un importante retroterra logistico per i militanti qaedisti provenienti da tutto il Sahel. d’altronde, la posizione geografica dell’Algeria, compresa tra il Nord del Mali, la Tunisia e la Libia, tutti Paesi caratterizzati da forte instabilità interna e dall’ascesa di formazioni jihadiste, gioca un ruolo drammaticamente rilevante”.

In Libia,  “il governo controlla a malapena l’area urbana di Tripoli, mentre le milizie, i movimenti autonomisti locali e le organizzazioni salafite controllano le principali città della Tripolitania, della Cirenaica e del Fezzan. Una grave fonte di preoccupazione è rappresentata dal fatto che, negli ultimi mesi, nella regione desertica meridionale del Fezzan sono sorti i primi campi di addestramento qaedisti”.

In Marocco la disoccupazione è il primo cruccio della popolazione, che deve subire anche severe politiche di austerity. Il panorama politico vede lo scontro tra i vincitori delle elezioni del 2011, la formazione islamico-moderata del Partito della giustizia e dello sviluppo, e il partito conservatore e filomonarchico al-Istiqlal, che stanno sperimetando una tormentata alleanza di governo, con la monarchia di Maometto VI che non accetta di buon grado la formazione di un governo guidato da un partito islamista. Il Movimento del 20 febbraio, che ha guidato la primavera araba in Marocco, ha perso molta della sua forza, mentre le fasce sociali non rappresentate da questi partiti confluiscono sempre più in Giustizia e benevolenza, organizzazione islamista che si batte per l’instauarazione in Marocco di un califfato basato sulla Sharia.

In Egitto è forte il  malcontento popolare dovuto soprattutto “alle difficilissime condizioni finanziarie in cui si trova il Paese, con un quinto dellapopolazione sotto la soglia di povertà, una disoccupazione al 12,6% e un deficit pubblico all’80% del Pil. Le tensioni politiche hanno affondato la valuta, che negli ultimi giorni del 2012 ha toccato i valori minimi degli ultimi otto anni. A far crescere l’incertezza sulla situazione economicadell’Egitto hanno contribuito anche le insistenti voci secondo cui il governatore della Banca centrale, Farouq El-Oqda, sarebbe stato sul punto di dimettersi dopo un incontro in cui il presidente Morsi avrebbe chiesto la svalutazione della lira egiziana, condizione posta dal Fondo monetario internazionale  per la concessione del prestito richiesto dall’Egitto di 4,8 miliardi di dollari, per il risanamento finanziario. In soccorso delle casse egiziane è intervenuto, l’emiro del Qatar al-Thani,che tra la fine di dicembre e la metà di gennaio ha concesso il deposito nella Banca centrale del Cairo di circa 2,5 miliardi di dollari”. Il governo democraticamente eletto e guidato dalla Fratellanza musulmana, e il presidente Morsi, non cercano di trovare delle soluzioni condivise con gli altri partiti di opposizione nell’affrontare il rinnovamento istituzionale del paese, proponendo soluzioni unilaterali che, nel nome della difesa della rivoluzione, rischiano di instaurare un nuovo regime autoritario. Di fronte a questa chiusura le opposizioni soffiano sulla rabbia popolare promuovendo manifestazioni di piazza che bloccano l’economia del paese.

Come si legge nel rapporto “Conseguenze economiche della primavera araba”, redatto dall’Ispi per il Ministero degli affari esteri italiano, “le rivolte, la primavera araba, le elezioni, i nuovi regimi e la stabilizzazione democratica dei sistemi non sono un processo di breve durata. Concluse le rivolte e fatte le elezioni, ci si è trovati di fronte a una difficile crisi istituzionale. Scrivere le regole fondamentali del nuovo sistema non per maggioranza ma per consenso è qualcosa che le democrazie appena nate e fragili, faticano a comprendere. Lo scontro istituzionale, quello cioè sulle regole, rallenta e in qualche caso rinvia l’altro essenziale pacchetto di riforme: quello che riguarda l’economia. È dunque possibile che la ripresa e una stabile crescita richiederanno alcuni anni per affermarsi”.

Fonti consultate per la redazione di questo articolo:

“Mediterraneo e Medio Oriente”, Focus nr. 13, (febbraio 2013) a cura del Centro Studi internazionali, in Osservatorio di politica internazionale

“Conseguenze economiche della primavera araba”, Rappoto Ispi per il Mistero degli affari esteri, dicembre 2012.

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