MaliColmare i vuoti di potere e di controllo territoriale dei nuovi stati (specialmente il Libia). Recuperare le comunità locali che si sono sentite in pericolo e hanno stabilito convergenze tattiche con il jihadismo.  Rafforzare il cosiddetto islam “moderato” identificato con le forze vicine alla Fratellanza musulmana. Ottenere il coinvolgimento e l’impegno diretto dei governi locali.
Queste le linee di una risposta “occidentale”, essenzialmente politica, da adottare contro “Il nuovo jihaidismo in Nord Africa e nel Sahel”, che è il titolo dell’approdimento nr.75 del maggio 2013, redatto dall‘Istituto per gli studi di politica internazionale per l’Osservatorio di politica internazionale del Parlamento Italiano.

Lo studio, realizzato da Stefano  Torelli e Arturo Varvelli, sottolinea come ” la zona del Sahel e del Nord Africa si è contraddistinta negli ultimi anni per una rapida proliferazione di sigle jihadiste. Non necessariamente questi gruppi auspicano un’adesione al network di al-Qaeda, tuttavia ne condividono in buona parte ambizioni e obiettivi, primo fra tutti la creazione di un vero e proprio stato islamico, sottoposto all’applicazione della shari‘a”. Il report analizza i movimenti jihadisti in Algeria, Mali, Libia e Tunisia, ricostruendone storia, ideologia politica, capacità militari e rapporti con il territorio. Ne esce un quadro molto vairegato, in cui emergono le differenze tra i vari gruppi estremisti.

“In tale contesto -conclude il documento -creare i presupposti affinché tutti gli attori statali dell’area dell’Africa del Nord e del Sahel possano costituire un fronte comune contro la minaccia jihadista dovrebbe essere una delle priorità della comunità internazionale e dei governi occidentali”.

Leggi il documento “Il nuovo jihaidismo in Nord Africa e nel Sahel”

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