15567Nel suo ponderoso lavoro “Ascesa e declino delle grandi potenze” (Garzanti, 1993) Paul Kennedy avanza due tesi di fondo per spiegare i processi che fanno innalzare o affondare le grandi potenze. La prima tesi è che esiste una dinamica del cambiamento, guidata principalmente dai progressi economici e tecnologici, che influiscono poi su strutture sociali, sistemi politici e potenza militare dei singoli stati. Qeusta dinamica non è uniformemente distribuita nel mondo ed ha un andamento irregolare. Il ritmo irregolare di crescita economica e di progresso tecnologico (è la seconda tesi di Kennedy) ha avuto a lungo termine un impatto determinate sulla potenza militare relativa degli stati. In altre parole, la potenza militare si fonda su una stabile ricchezza, che a sua volta deriva da una fiorente base produttiva, da una finanza sana e da un tecnologia superiore. Gli esiti delle principali guerre tra grandi potenze sono sempre stati a favore di chi aveva le maggiori risorse materiali. Tutti i principali mutamenti degli equilibri militari e di potenza nel mondo avevano alle spalle delle alterazioni negli equilibri produttivi.

I governi degli stati-nazione devono quindi rispondere a tre esigenze: 1) la sicurezza strategica a breve termine, che viene fornita da investimenti nei più recenti sistemi d’arma; 2) la sicurezza economica a lungo termine, che si ottiene dall’incremento del benessere della nazione e soddisfacendo i bisogni socio-economici dei cittadini; 3) la crescita economica, necessaria ad ottenere il secondo obiettivo. Poichè un’eccessiva spesa negli armamenti può danneggiare la seconda e la terza esigenza, i governi devono trovare un equilibrio che permetta di garantire la sicurezza strategica senza rovinare l’economia e le prospettive di crescita.

Quale equilibrio scegliere dipende da innumerevoli fattori: contesto geopolitico (se lo stato si trova in un’area di conflitti o in un’area stabile), struttura sociale ed economica, storia e cultura, risorse naturali disponibili, tipo di sistema internazionale (unipolare, bipolare, multipolare), ideologia al potere, ecc…..

Storicamente si sono definiti due modelli opposti di equilibri, lungo un continuum che può essere misurato in base alle risorse destinate alle spese militari di ogni singolo stato-nazione. Da un parte ci sono gli stati-mercanti (Giappone, Hong Kong, Svizzera, Svezia, Austria) che destinano pochissime risorse alle spese militari. Dall’altra gli stati-guerrieri (come Israele o la ex Unione Sovietica) che destinano oltre il 10% del proprio Pil alle spese militari. Tutti gli altri stati si collocano fra questi due modelli estremi, a seconda che decidano di acquisire subito la propria sicurezza strategica e militare (rischiando di erodere la propria base economica) oppure di mantenere basse le spese per armamenti (rischiando di vedere i propri interessi minacciati dalle azioni degli altri stati-nazione). In ogni secolo si è discusso fino a che punto la ricchezza nazionale debba essere utilizzare per scopi militari. Destinare gran parte dell’apparato industriale alla produzione di sterili armamenti rischia di erodere la base economica nazionale, a beneficio di stati che utilizzano la maggior parte delle loro entrate in investimenti per lo sviluppo. Poichè è l’ineguale andamento della crescita economica che determina l’ascesa e il declino delle grandi potenze, occorre che la scelta tra una momentanea sicurezza militare-strategica e una sicurezza economica di lungo termine sia fatta con saggezza.

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