egittoIl colpo di stato con il quale i generali egiziani hanno deciso di porre fine con la forza al mandato del presidente Mohammed Morsi il 3 luglio 2013  è un nuovo capitolo del conflitto tra le due forze che segna la storia degli ultimi 40 anni dell’Egitto: l’esercito e la Fratellanza musulmana.

Mentre la Fratellanza si guadaganava i voti del paese, e vinceva le ultime elezioni, i militari ottenevano dalla  “guerra al terrorismo” la fama di guardiani della nazione e i meriti che le molte guerre perdute contro Israele avevano loro negato. Potere politicamente indipendente ed economicamente autosufficiente, grazie anche agli aiuti americani (da un miliardo e trecento milioni di dollari l’anno), l’esercito è in grado di intervenire sulla scena egiziana determinando il successo dell’uno o dell’atro contendente. Dopo essere stati il pilastro del regime presidenziale, i militari si sono trasformati in persecutori di Mubarak, poi hanno appoggiano Morsi e accettato che il neopresidente alterasse a proprio favore l’equilibrio dei poteri. Infine si sono schierati con la massa degli scontenti (oltre il 63% della popolazione, secondo gli ultimi sondaggi) e hanno posto agli arresti Morsi, in nome di quella rivoluzione che, né i Fratelli Musulmani, né i generali, avevano lontanamente concepito.

In Egitto, la strategia politica dell’esercito è sempre stata quella di “governare senza essere al governo”. Ciò che serve ai militari è un potere civile sappia gestire l’economia e capace di mantenere limitato lo stato di agitazione delle masse popolari. Il governo di Morsi non è riuscito coniugare questa esigenza con il tentativo di consolidare il potere della Fratellanza musulmana, tentativo che poi ha  innescato la massiccia reazione pubblica di questi giorni.

Ma la rimozione forzata dal governo e l’arresto di Morsi dimostra che il “governare senza essere al governo” non è più un’opzione percorribile a lungo. Ai miliatri adesso manca un partner civile che goda dell’adeguato consenso nel paese. L’impulso delle manifestazioni di piazza è venuto dall’opposizione liberale e laica alla Fratellanza musulmana, e per la prima volta queste forze hanno avuto la capacità di stabilire un fronte unito, ma laici e liberali non hanno ancora abbastanza forza per guidare da soli il governo e sostenere eventuali proteste di massa promosse dalla Fratellanza. La reazione della Fratellanza musulmana agli arresti di Morsi, inoltre, polarizzerà il contesto politico egiziano, rendendo molto più difficile costituire un governo di interesse nazionale che potrebbe stemperare l’attuale crisi politica. Infine, i militari hanno stabilito un precedente determinate che peserà sulle legittimità del processo democratico egiziano: la pressione della piazza e le manifestazioni di massa possonno far cadere qualsiasi altro governo democraticamente (non sol oin Egitto, ma anche in tutto il mondo arabo).

Esiste poi la concreta possibilità che movimenti islamisti moderati possano radicalizzare la priopria posizione e che gruppi salafiti jihaidist reagiscano in maniera violenta.

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