tap route“L’Italia, se l’intero progetto andrà a buon fine, verrà a dotarsi di un’altra linea di trasporto e di un altro fornitore di metano, l’Azerbaijan, che si andrebbero a sommare alle altre sei linee/fornitori di cui disponiamo (Algeria, Russsia, Libia, Olanda, Norvegia, Qatar). Una dotazione superiore a quella di ogni altro paese europeo – a smentita della nostra sostenuta maggior vulnerabilità – che vedrà ulteriormente rafforzata la nostra sicurezza energetica”.

Alberto Clò (professore ordinario di Economia applicata all’Università di Bologna) riassume l’importanza strategica del Trans Adriatic Pipeline per l’Italia. Riportimao per interno la sua analisi redatta il 9 luglio 2013 per Agi Energia.

Vi sono diverse ragioni per esprimere soddisfazione per la decisione del Consorzio proprietario del giant field di Shah Deniz, in Azerbaijan, di destinare all’Italia parte della sua produzione incrementale, avvalendosi del Trans Adriatic Pipeline (TAP), preferito, perché meno costoso e più rapido, al gasdotto Nabucco West che l’avrebbe veicolata verso l’hub austriaco di Baumgarten.

La prima ragione è il fatto che il nostro Paese viene in tal modo ad inserirsi – come anello finale – in un grande progetto strategico internazionale che vede coinvolti un gran numero di paesi e di primari gruppi energetici mondiali. Un progetto destinato a modificare l’intera geopolitica del metano con investimenti per 25 miliardi dollari nella sola fase mineraria per accrescere la produzione di Shaz Deniz da 8 a 24 miliardi metri cubi (e successivamente a 40 miliardi) cui si aggiungeranno quelli per la realizzazione di linee di trasporto attraverso duemila kilometri di territorio turco (pipeline TANAP) per veicolare 16 miliardi di metri cubi di metano: di cui 6 in Turchia e 10, attraverso gli 800 kilometri del TAP, sulle coste pugliesi dopo aver attraversato Grecia, Albania, Adriatico. Il fatto che grandi gruppi come British Petroleum, Statoil, E.On, Total, Lukoil, Socar e altri – coinvolti a diverso titolo nel progetto – abbiano scelto TAP testimonia il loro interesse e fiducia verso il nostro paese ed il nostro mercato.

La seconda ragione di soddisfazione sta nel fatto che l’Italia, se l’intero progetto andrà a buon fine, verrà a dotarsi di un’altra linea di trasporto e di un altro fornitore di metano, l’Azerbaijan, che si andrebbero a sommare alle altre sei linee/fornitori di cui disponiamo (Algeria, Russsia, Libia, Olanda, Norvegia, Qatar). Una dotazione superiore a quella di ogni altro paese europeo – a smentita della nostra sostenuta maggior vulnerabilità – che vedrà ulteriormente rafforzata la nostra sicurezza energetica.

Il terzo ordine di ragioni attiene agli effetti che le nuove forniture potranno determinare sul nostro mercato del mercato. La situazione di grande oversupply che lo sta caratterizzando, in termini di capacità sia d’offerta che di trasporto, in un rapporto circa 1 a 2 sulla domanda corrente, fa sì che solo parzialmente gli addizionali 10 miliardi di metri cubi, previsti arrivare dal 2019, potranno essere destinati al mercato interno, mentre la più larga parte verrà verosimilmente veicolata verso il mercato centro-europeo. Si realizzerebbe, in tal modo, il primo importante tassello della strategia, incardinata nel recente documento di Strategia Energetica Nazionale, di fare del nostro paese un grande hub del metano del Sud Europa. Perché ciò possa avvenire si richiedono, tuttavia, ulteriori importanti condizioni.

La prima è, logicamente, che il Consorzio che ha progettato il TAP adotti, prevedibilmente entro l’anno, la “decisione finale di investimento” sulla sua realizzazione, quel che dipende, da un lato, dall’assunzione da parte degli operatori che ne faranno uso, a valle degli accordi di compra-vendita del metano, di precisi impegni vincolanti della capacità, e, dall’altro, dell’effettiva possibilità di realizzare il gasdotto, superando le forti opposizioni locali che si sono già materializzate al grido del fin troppo facile slogan “NO-TAP”.

La seconda condizione è che si realizzino, per veicolare il gas da Sud a Nord verso i paesi europei, gli investimenti in contro-flusso, legati anch’essi ad adeguati impegni contrattuali da parte degli shippers. In sintesi: nessuno investe nel mondo del metano, si tratti di estrarlo o trasportarlo, in assenza di adeguate garanzie dal lato della domanda.

Terza condizione è che se l’obiettivo dei venditori del gas azero è quello di guadagnare quote di mercato in Italia o in Europa esso deve risultare competitivo – specie riguardo ai prezzi, ma anche alla flessibilità contrattuale e meccanismi di indicizzazione – con i prezzi spot di mercato sia italiani che europei.

In conclusione: un primo importante passo è stato compiuto per diversificare, potenziandole, le nostre disponibilità di metano. Ma molta strada resta ancora da fare: quel che dipende dalle dinamiche di mercato, dalle decisioni dei protagonisti, dalla politica italiana. Cui, doverosamente, bisogna dar atto d’aver operato sinora con celerità ed oculatezza. 

Annunci