Mentre si moltiplicano i segnali di un possibile attacco contro il regime siriano di Assad da parte di Stati Uniti, Francia e Regno unito, l’Italia assume una posizione diversa rispetto ai più potenti alleati della Nato. L’Italia auspica invece una soluzione in ambito multilaterale. Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, e della Difesa, Mauro, ritengono impensabile un intervento militare senza la copertura del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Roma richiede «indizi univoci» sulla responsabilità del regime di Assad nell’uso di armi chimiche e di presentarli all’Onu.

La posizione dell’Italia ha trovato sponda anche nell’atteggiamento della Germania. “Non seguiamo la strada di una soluzione militare”, ha dichiarato a Berlino il portavoce governativo, Steffen Seibert. “Non crediamo che sia possibile risolvere il conflitto dall’esterno, crediamo invece che debba essere trovata una soluzione politica”.

Washigton, Parigi e Londra sembrano molto più propensi ad un intervento armato. L’attacco potrebbe avere come obiettivi  i centri di comando e controllo delle forze armate, i palazzi governativi, radar e postazioni della difesa aerea che verrebbero attaccati con missili da crociera Tomahawk lanciabili da sottomarini, incrociatori e cacciatorpediniere statunitensi. I rischi di questa opzione limitata sono bassi in termini di perdite tra gli attaccanti ma difficilmente potranno indebolire significativamente le forze governative impegnate contro i ribelli. Si tratterebbe di un raid punitivo, un avvertimento a Bashar al Assad, che però avrebbe ripercussioni sulla stabilità di tutti i paesi vicini: Libano, Iraq, Turchia, Israele/Palestina, Egitto. In altre aprole su tutto il Vicino e Medio Oriente.

Inoltre, se Stati uniti, Regno Unito e Francia sono pronte a giustificare l’intervento armato secondo il cosiddetto “modello Kosovo”, si potrebbere determinare conseguenze epocali anche dal punto di vista del diritto internazionale. A scrivere che l’Amministrazione Obama sta valutando di giustificare l’attacco alla Siria sulla scorta del “modello Kosovo”lo è stato per primo il New York Times. Secondo il quotidiano statunitense la giustificazione per avviare guerra aerea della Nato in Kosovo e in Serbia nel 1999 può essere riutilizzata da Washigton per replicare un intervento militare del tutto analogo in Siria senza il mandato delle Nazioni unite, visto il probabile veto della Russia. L‘argomentazione del 1999 nel caso del Kosovo fu che c’era una grave emergenza umanitaria e che la comunità internazionale aveva la responsabilità di agire, se necessario con la forza, anche in ragione di superare la paralisi in cui si trovava il Consiglio di sicurezza dell’Onu per il veto imposto (anche in quel caso) dalla Russia. Nel caso della Siria, l’Amministrazione Obama potrebbe affermare che l’uso di armi chimiche ha causato una grave emergenza umanitaria e che senza una risposta con la forza ci sarebbe il pericolo che Assad possa usarle un’altra volta su larga scala.

Dal punto di vista giuridico, tuttavia stabilire la legittimità di un intervento armato per impedire una catastrofe umanitaria significa lasciare agli stati (soprattutto ai più potenti) la discrezionalità di stabilire quali siano gli interventi armati legittimi, e quelli non legittimi, ogni qual volta il Conisglio di sicurezza si trovi bloccato da un veto. La giustificazione “umanitaria” dell’intervento in Kosovo nel 1999 rappresenta un precedente significativo e che non può essere ignirato. Tuttavia, la sua riproposizione per giustifcare nuovi interventi armati di alcuni stati contro la sovranità di altri stati, potrebbe condurre alla formazione di una norma consuetudinaria che, a certe condizioni, consentirebbe l’intervento armato a fini umanitari. Una simile consuetudine avrebbe implicazioni dirompenti. Si pensi alla situazione della Palestina, dove esiste una  continua e insistita violazione delle risoluzioni dell’Assemblea generale e del Consiglio di Sicurezza dell’Onu,  che esigono da Israele e dai Palestinesi di rispettare i diritti umani delle popolazioni coinvolte, di cessare dalla violenza terroristica e di pervenire ad una soluzione concordata nel rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli e del diritto ad esistere di Israele. Anche per la Palestina, come per il Kosovo, come per la Siria, vi è la paralisi del Consiglio di sicurezza a imporre o autorizzare misure coercitive nei confronti di Israele, dato il veto posto dagli Stati uniti. Pertanto, cosa impedirebbe ad un gruppo di stati (per esempio arabi) di giustificare un intervento armato in Palestina sulla scorta della stessa posizione assunta dagli stati Nato nel caso del Kosovo e, forse, della Siria?

Annunci