UnifilIn Libano operano 1.100 soldati italiani impegnati nella “Operazione Leonte“, ovvero la missione miliatre italiana in Libano a sostegno delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite per assistere il governo libanese ad esercitare la propria sovranità sul Libano ed a garantire la sicurezza dei propri confini, in particolare dei valichi di frontiera con lo stato di Israele.  Compito delle truppe italiane è anche di sostenere le forze armate libanesi nelle operazioni di sicurezza e stabilizzazione dell’area, allo scopo di prevenire un ritorno delle ostilità e creare le condizioni all’interno delle quali possa essere ritrovata una pace duratura.

L’Italia è inserita nella forza multinazionale denominata Unifil che dal 1978 opera lungo la linea “armistiziale” Blue Line tra il Libano ed Israele. Dal 2006 la missione ha cambiato la propria natura in forza della risoluzione Onu 1701 con la quale si prevedeva la cessazione delle ostilità nel conflitto tra Israele e milizie sciite libanesi di Hezbollah. Ai precedenti compiti, si sono aggiunti il sostegno alle forze armate libanesi nel dispiegamento nel sud del paese, l’assistenza umanitaria alla popolazione civile e il monitoraggio della cessazione delle ostilità nell’area compresa tra la “Blue Line” ed il fiume Litani.  Su decisione dell’Onu, dal gennaio 2012, l’Italia ha assunto il comando della missione Unifil con il generale Paolo Serra. Alla missione Unifil partecipano oltre 10.000 soldati provenienti da Armenia, Austria, Bangladesh, Bielorussia, Belgio, Brasile, Brunei, Cambogia, Cina, Croazia, Cipro, El Salvador, Francia, Finlandia, Repubblica di Macedonia, Germania, Ghana, Grecia, Guatemala, Ungheria, India, Indonesia, Italia, Irlanda, Kenia, Malesia, Nepal, Nigeria, Qatar, Korea, Serbia, Sierra Leone, Slovenia, Spagna, Sri Lanka, Tanzania e Turchia. Attualmente i militari italiani della Joint Task Force – Lebanon sono 1.100 (il contigente più numeroso), appartenenti per la maggior parte alla brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli” di stanza a Gorizia. All’Italia è anche affidato il comando del Settore Ovest.

Il comando della forza nazionale italiana è stanziato nella base “Millevoi”, presso Shama (sede anche del Comando del Settore Ovest di UNIFIL), mentre l’unità di manovra ed i supporti sono suddivisi tra le basi di Al Mansuri, Shama e basi operative avanzate stanziate lungo la Blue line.

Un eventuale attacco da parte degli Stati Uniti alla Sira metterebbe in serio pericolo i militari italiani, anche se l’Italia non partecipasse ai raid. Il 4 settembre scorso, il cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria è partito da Taranto per aggiungersi alle forze navali di Unifil, a protezione del contingente. A bordo ci sono anche uomini del reggimento San Marco ed elicotteri che sono in grado, eventualmente, di trasferire una parte del contingente.

La situazione sul terreno è infatti carica di tensione. Il movimento sciita libanese, che in Siria combatte a fianco del regime di Assad, ha dichiarato la mobilitazione generale, mentre Israele ammassa truppe sul confine e intensifica le incursioni aeree e terrestri in territorio libanese. Un intervento armato in Siria, soprattutto se dovesse avvenire sotto l’egida delle Nazioni Unite, rischia di rendere il contingente Onu in Libano un possibile obiettivo di rappresaglie da parte del movimento filo-Assad di Hezbollah, già irritato dal suo recente inserimento nella lista Ue delle organizzazioni terroristiche. In caso di un’incursione terrestre delle forze israeliane in Libano in risposta a possibili attacchi missilistici da parte di Hezbollah, la posizione delle forze Unifil sarebbe molto delicata. In caso di di un’incursione limitata, la Unifil si metterebbe in contatto con entrambe le parti per disinnescare la tensione e schiererebbe i suoi uomini tra le parti, in modo da evitare che entrino in contatto. Nel caso invece di un’offensiva più estesa, di una guerra aperta come nel 2006, il cessate il fuoco sarebbe definitivamente rotto e il mandato non basterebbe più. In altre parole le forze Onu non potrebbero arrestare il conflitto.

L’altro grande elemento che mette a rischio la stabilità del Libano sono i profughi.  L’Unhcr ha censito finora l’ingresso di 700mila siriani rifugiati in Libano e secondo la rappresentante dell’Unhcr in Libano, Ninette Kelly, il numero dei rifugiati siriani e’ destinato a superare il milione entro la fine del 2013. Una simile migrazione in un paese con una capacità demografica di 4 milioni di abitanti rappresenta evidentemente un problema che il Libano non può affrontare con le sue sole forze e che diventerà ancor più drammatico nei mesi prossimi con l’arrivo dell’inverno.

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