Il contesto geopolitico dell'Italia
Il contesto geopolitico dell’Italia

Nell’articolo Mediterraneo e Medio Oriente nella politica estera italiana pubblicato sul fascicolo 2 del 2011 de La comunità internazionale, Francesco Perfetti fornisce un’analisi storica molto interessante della politica estera italiana a partire dal secondo dopo guerra fino al primo decennio del Duemila. Dalla lettura dell’articolo si evince come la crisi di Suez del 1956 e l’attacco alle torri gemelle del 2001 siano stati due spartiacque nella politica estera italiana verso Mediterraneo e Medio Oriente.

Fino ai primi anni ’50, l’Italia guidata da De Gasperi spende ogni sforzo e impegno per veder riconosciuto il proprio reintrego nella comunità internazionale, con la precisa scelta del campo “occidentale”. Questo reintrego avviene  con l’adesione dell’Italia alla Nato (1949), con la firma del trattato costitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciao (1951), con l’ammissione dell’Italia all’Onu nel 1955.

Uscito di scena De Gasperi e ancorato il paese all’occidente, l’Italia comincia a muovere i primi passi di politica estera verso il Mediterraneo. Scrive Perfetti: “Dalla metà degli anni ‘50 all’inizio degli anni ‘60 (…) riemerse la cosiddetta opzione mediterranea per la politica estera italiana (…). Personalità del mondo politico ed economico incarnarono una tale volontà di cambiamento: Enrico Mattei, per esempio, dal 1953 alla guida dell’ENI, con la sua politica energetica o, ancora, Giovanni Gronchi il quale, durante la sua permanenza al Quirinale, cercò di svincolarsi dagli schemi classici della politica estera del governo”  fino al punto da proporre una nuova partnership italo-amercana per il Medio Oriente.  Fu il cosiddetto “neotlantismo” ovvero l’idea di “poter dare un impulso al ruolo internazionale dell’Italia affiancando alle opzioni imposte dalla guerra fredda nuove direttrici di espansione sia politica che territoriale”, nel tentativo di marcare una maggiore autonomia  ma anche di recuperare il ruolo di media potenza regionale.

La crisi di Suez del 1956 fu l’evento in cui il neoatlantismo dell’Italia si manifestò più apertamente. Scrive Perfetti: “Nell’ottobre del 1956 l’Italia si era trovata costretta a scegliere il campo disapprovando l’azione dei suoi alleati israeliani, inglesi e francesi. La sua iniziativa, peraltro, non si era limitata a un gesto di condanna, ma era stata integrata da un forte impegno diplomatico nei confronti dell’alleato americano per ricucire i rapporti tra quest’ultimo e gli anglo-francesi”. E’ l’inizio di quella cosidetta politica del buon sensale che l’Italia adotta alla fine degli anni ’50 nei confronti della crescente conflittualità tra arabi e israeliani. L’Italia inizia così a sviluppare “un’azione basata sull’equilibrio e sulla moderazione, equidistante rispetto agli interessi in gioco”, che però a seguito delle crisi economiche e petrolifere dei primi anni Settanta si trasforma gradualmente in una vera e propria politica apertamente pro-araba. Merita a questo proposito, citare integralmente l’articolo di Perfetti. “A partire dal 1970 cominciò a delinearsi una cauta azione diplomatica volta a creare un raccordo tra la sponda Sud del Mediterraneo e i Paesi del Medio Oriente, da un lato, e l’Europa comunitaria, dall’altro lato: le visite di Moro in Marocco, Turchia, Egitto e Tunisia e l’incontro a Roma con Abba Eban si collocarono proprio in tale cornice. E allo stesso schema è, pure, riconducibile il riconoscimento del nuovo regime libico effettuato dall’Italia, prima fra gli altri Paesi, dopo il colpo di stato che portò Gheddafi al potere. Contestualmente all’azione mediterranea, Moro sollecitò una politica attiva nei confronti dell’area mediorientale propriamente detta avviando, in sintonia col nuovo orientamento filo-arabo del suo partito, iniziative di cooperazione con i principali Paesi dell’area – Egitto, Iraq, Algeria, Arabia Saudita – ma cercando, al tempo stesso, di mantenere i buoni rapporti con Israele. Il suo fu uno sforzo teso a bilanciare forze contrastanti: uno sforzo che lo spinse a ribadire la centralità delle Nazioni Unite, affiancate dall’Europa comunitaria, per la gestione, la pacificazione e lo sviluppo dell’area. In linea con tali direttrici di marcia, egli continuò a tessere una sottile trama diplomatica per organizzare, fra l’altro, una conferenza per il Mediterraneo la cui proposta venne formalizzata al Consiglio Atlantico di Bonn del 30-31 maggio 1972. In quella sede l’Italia fece presente la necessità di dare vita a un incontro, sul modello della CSCE, in grado di collegare in un quadro unitario i problemi di sicurezza dell’Europa centrale e quelli del Mediterraneo. Dietro tale iniziativa c’era la convinzione o la speranza che, oltre ad accrescere il suo livello di integrazione nei due contesti regionali, l’Italia sarebbe potuta assurgere a potenza di collegamento tra i due mondi assumendo così un peso determinante”.

La guerra dello Yom Kippur non ebbe ripercussioni su questa linea filo araba dell’Italia, anzi “portò a un approfondimento dei rapporti con gli arabi. La diplomazia, ispirata da Moro, assunse
in modo sempre meno velato le parti degli egiziani -scrive Perfetti- e l’Italia pose il problema dei territori occupati con la guerra dei Sei Giorni. Moro si fece promotore di iniziative, in qualche misura audaci, come le dichiarazioni a sostegno dei diritti dei palestinesi o il voto favorevole (insieme con la Francia) sulla partecipazione di Arafat al dibattito sulla Palestina alle Nazioni Unite o, ancora, l’impegno per la Dichiarazione CEE sul Medio Oriente. Tali iniziative, oggetto di critiche tutt’altro che velate da parte degli Stati Uniti, contribuirono a guadagnare all’Italia la stima di buona parte del mondo arabo”.

A mantenere costante questa linea politica durante tutti gli anni ’70, ’80 e ’90 contribuirono anche considerazioni economiche specifiche. L’Italia cercò, con successi alterni, di attirare nel proprio paese gli investimenti dei nuovi stati arabi ricchi di petrodollari, prima fra tutti le Libia, e di trasfromare il Medio Oriente in un mercato per le esportazioni italiane. Le ripetute prese di posizione dell’Italia a favore di un maggior ruolo dell’Olp nei negoziati di pace arabo-israeliani furono ben accolte in tutto il mondo arabo e permise all’Italia “di assurgere a partner ideale degli Stati Uniti per la gestione e la pacificazione dell’area, come fu poi dimostrato dalla partecipazione alla forza multinazionale inviata nel Sinai. Tale missione funse da prova generale del ben più grande impegno preso di lì a poco: la partecipazione alla forza multinazionale di pace in Libano”. Tuttavia, sottolinea Perfetti “L’Italia non riuscì a realizzare quel ruolo di grande mediatore tra Occidente e mondo mediterraneo e mediorientale cui aveva sempre puntato”.

L’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torre gemelle di New York cambiò radicalemte lo scenario dei rapporti con il mondo arabo. Scrive Perfetti: ” Il forte appoggio dato dall’Italia alla strategia di politica estera dell’Amministrazione americana dal 2001 si è tradotto nella partecipazione alle iniziative politico-militari per la promozione della sicurezza e della stabilizzazione della vasta area compresa tra l’Afghanistan e il bacino del Mediterraneo: l’intervento militare in Afghanistan e in Iraq ma anche la missione in Libano hanno rappresentato per il Paese un impegno significativo in termini di risorse militari, economiche e politiche. Nell’attuazione di questa politica i governi italiani del decennio appena trascorso hanno perseguito l’obiettivo comune della lotta al terrorismo e all’instabilità subordinando talora ad esso anche l’immediato interesse nazionale: scegliendo di concentrare i suoi sforzi nell’area del Medio Oriente l’Italia ha infatti distolto risorse dalla sua politica mediterranea, pur essendo quest’ultima potenzialmente più rilevante per gli operatori economici nazionali e più in generale per il Sistema Paese”.

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