Libia: popolazione, petrolio e gas
Libia: popolazione, petrolio e gas

Tutta la comunità internazionale è preoccupata per la situazione in Libia, caratterizzata da una profonda instabilità politica e da una preoccupante precarietà dello scenario di sicurezza. Le minacce maggiori per la comunità internazionale sono rappresentate dalle crescenti attività di al-Qaeda e dei gruppi ad essa affiliati, dai continui attacchi alle infrastrutture energetiche che minacciano seriamente l’approvvigionamento dei paesi della sponda nord Mediterraneo e dai trafficanti di esseri umani che utilizzano le sguarnite coste libiche come punto di partenza per i barconi di migranti diretti in Europa.(1).

Tuttavia, mettendo meglio a fuoco gli attori dello scenario e ricomponendo con chiarezza le loro rivendicazioni, è possibile individuare un terreno di negoziazione comune. Occorre però che la comunità internazionale non si occupi della Libia solo dal punto di vista della sicurezza, ma che cominci anche ad inserie nella propria agenda due nodi gordiani per stabilizzare il paese: quale autonomia riconoscere alle regioni della Tripolitania, della Cirenaica, e del Fezzan; come mettere i soldi delle esportazioni di petrolio e gas al servizio dello sviluppo dell’intero paese.

La debolezza del governo centrale. Fino ad oggi la comunità internazionale ha appoggiato il governo di Ali Zeidan, che però è incapace di intraprendere iniziative efficaci sul territorio. Lo stesso primo ministro ha ammesso che l’esercito regolare si rifiuta di eseguire gli ordini del governo, prendendo a pretesto che il Comando di stato maggiore è stato nominato dal parlamento (il General National Congress – GNC) (2). Ad ogni modo, l’esercito manca di soldati d’esperienza e addestrati. I veterani di Gheddafi hanno preferito non rientrarvi dopo la guerra civile e il reclutamento degli ex combattenti anti-Gheddafi rimane molto limitato. In altre aprole, l’esercito libico è uno strumento quasi inutilizzabile. Lo stesso dicasi delle forze di polizia, la National Security Directorat.

La forza delle milizie. Centinaia di milizie sono attive nelle principali città, nei pressi delle aree minerarie e delle infrastrutture di estrazione e di esportazione di petrolio e gas. Oggi in LIbia, il controllo del territorio corrisponde al controllo delle risorse.  Oltre che confrontarsi contro il governo centrale, le milizie si combattono tra di loro, contribuendo a rendere ancora più caotico il contesto politico. Si tratta di gruppi che da una parte garantiscono la sicurezza in gran parte del paese, dall’altra sono accusati di non rispettare i diritti umani, di imprigionare senza processo gli oppositori, di dettare la loro legge nei territori controllati (3) . Il temporaneo rapimento del primo ministro Ali Zeidan nell’ottobre del 2013, ad opera proprio di una milizia creata dal GNC per garantire la siciurezza nella capitale (il Libya Revolutionaries Operations Room – LROR) dimostra quanto poco siano controllabili tali gruppi e quanta forza detengano. Oltre alla LROR, diverse altre milizie sono state investite dalle autorità di Tripoli di compiti “istituzioali”. La Al-Saiqa Forces, per esempio, è una milizia di soldati d’elite (paracadusti e commando), che si rapporta con il Ministero della difesa e che conta qualche centiniao di membri. Spesso utilizzata contro i salafiti, il gruppo appare più affidabile ma la sua quantità numerica lo rende adatto solo ad operazioni limitate. La Anti-Crime Unit è formalmente sotto il controllo del Ministero degli interni e ha funzioni simili a quelle della polizia. Si occupa principalmente di reprimere i traffici illeciti (droga, alcol) ma è sospettata di aver preso parte al rapimento del primo ministro. La Special Deterrence Force è alle dipendenza del Ministero degli interni e si occupa del contrasto al traffico di droga. La Libya Shield Force è poi una milizia riconducibile al Ministero della difesa che riunisce molti gruppi combattenti provenienti da diverse parti del paese. La Petroleum Facilities Guard dipende dal Ministero del petrolio e protegge le installazioni petrolifere libiche. Da oltre sei mesi, il suo leader, Ibrahim Jadhran, ha imposto il blocco ai porti petroliferi della Cirenaica, tra cui Brega e Zueitina, impedendo di fatto l’esportazione di greggio. Jadhran accusa il governo di Tripoli di corruzione e recentemente ha stretto un’alleanza con i movimenti che vogliono l’autonomia della Cirenaica. Si stima che le forze a disposizione di questo blocco siano consistenti: circa 17mila uomini.

Altre milizie, invece, non sono state investite dalle autorità di compiti particolari. Nell’ovest del paese, in particolare attorno alla regione di Zintan e  Misurata, sono presenti il Al-Zintan Revolutionaries’ Military Council, la al-Qaqa Brigade, la Al-Sawaiq Brigade, le Misrata Brigades. Si tratta di formazioni anche molto consistenti, organizzate in diverse brigate e dotate anche di armi pesanti. Nell’est del paese sono attive la 17 February Martyrs Brigade e la Rafallah al-Sahati brigade, due gruppi che si ispirano all’islamismo, piuttosto consistenti e armati con armi leggere e pesanti. Il più importante gruppo estremista salafita è la Ansar al-Sharia Brigade. Nel sud del paese, infine, ogni centro abitato ha un proprio corpo armato che di fatto sostituisce in tutto e per tutto l’autorità dello stato.

Le missioni della comunità internazionale. Le Nazioni unite sono presenti nel paese con la United Nations Support Mission to Libya (UNSMIL) che assiste le autorità libiche a gestire cinque ambiti: il processo di transizione democratica; la promozione dello stato di diritto e dei diritti umani; il ripristino della pubblica sicurezza; il contrasto alla proliferazione delle armi; il coordinamento dell’assistenza internazionale. Terek Mitri è a capo di UNSMIL. Nella sua ultima relazione al Consiglio di sicurezza (4), Mitri ha indicato le difficoltà del processo di stabilizzazione. Primo: i profondi disaccordi tra i principali blocchi politici su come gestire il passaggio verso la democrazia, che hanno bloccato il lavoro del parlamento. Lo scontro in Egitto tra militari e Fratellanza musulmana ha contribuito a polarizzare le posizioni, anche sulla scia di un sentimento popolare sempre più avverso all’attuale sistema politico. Secondo: la Libia subisce pesanti contraccolpi dall’interruzione delle esportazione di petrolio e gas. Nel paese è di fatto in atto una lotta per controllare le aree di estrazione e le infrastrutture di esportazione. Proteste, blocchi e occupazioni degli impianti hanno costretto la compagnia petrolifera nazionale (la NOC) a invocare la causa di forza maggiore e a dichiarare di non essere in grado di onorare i contratti di esportazione. Poichè l’80% del Pil della Libia deriva dalle entrate dell’industria petrolifera e considerato che queste rappresentano il 97% delle esportazioni del paese, il pericolo che lo stato libico non sia in grado di garantire i propri impegni finanziari è concreto. A partire dal pagamento degli stipendi dei propri dipendenti.  Terzo: manca ancora una legge che regoli il sistema giudiziario del paese, fondamentale per permettere alla Libia di fare i conti con i crimini e le tragedie passate e per promuovere la riconciliazione.

Per aiutare le autorità libiche a controllare i propri confini, l’Unione europea ha avviato la Eu Border Assistance Mission (EUBAM). Si tratta di una missione civile nel quadro della Politica di sicurezza e difesa comune (PSDC), che prevede azioni di training e mentoring delle autorità libiche responsabili in materia. EUBAM si è vista di recente attribuire anche una nuova missione a supporto dell’integrazione economica, della diversificazione e dello sviluppo sostenibile della Libia (finanziata con 15 milioni di euro) e per favorire la protezione delle categorie considerate più vulnerabili (5 milioni di euro lo stanziamento). (5) Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Turchia si sono impegnate a contribuire a sviluppare le forze di sicurezza libiche per aiutare Tripoli a garantire la sicurezza e il controllo delle sue frontiere. (6)

Le voci di un possibile intervento armato di una forza internazionale rimangono in sottofondo. Il Capo di stato maggiore della difesa francese, l’ammiraglio Edouard Guillaud, ha dichiarato in conferenza stampa, lo scorso 28 gennaio, che per porre fine all’instabilità nel sud della Libia occore un’operazione internazionale. Il gionro dopo, il ministro degli esteri francese ha dichiarato che nessun tipo di intervent militare è previsto.

Conclusioni. Il governo Zeidan è debole e non ha la sovranità sul territorio. L’esercito e le forze di polizia sono strumenti non ancora efficaci. Il parlamento si trova bloccato da una profonda divisione tra i principali partiti che lo compongono, esacerbata dagli eventi che negli ultimi mesi sono accaduti in Egitto, in Tunisia, e in Siria. Ciò rende impossibile far passare leggi fondamentali per la transazione alla democrazia, quali la legge sulla giustizia. Le milizie hanno il controllo del territorio. Sebbene il governo centrale ne utilizzi alcune demandando loro compiti di pubblica siurezza e controllo, la loro affidabilità è molto scarsa. Il blocco dei principali porti petroliferi mette il governo nell’impossibilità di disporre delle risorse finanziarie provenienti dalle esportazioni di idrocarburi, indebolendolo ancora di più. Gruppi islamici estremisti e organizzazioni criminali utilizzano la Libia per addestrare i propri militanti e trafficare in armi, droga e esseri umani.

La comunità internazionale risponde a questa situazione con un progetto di state building che fino ad oggi è stato concentrato sul tema della sicurezza e del controllo delle frontiere. La vera sfida, tuttavia è convincere i leader delle milizie armate a portare avanti le proprie rivendicazioni attraverso il confronto politico piuttosto che con il conflitto armato. Caduto Gheddafi, due sono state le principali rivendicazioni provenienti dal paese. La prima è stata una maggiore autonomia da Tripoli delle regioni orientali e meridionali, ipotizzando una nuova Libia coma federazione di tre diversi soggetti: la Tripolitania a ovest, la Cirenaica a est, il Fezzan  sud. La seconda rivendicazione ricorrente è di natura economica: una maggiore e migliore distribuzione delle risorse derivanti dalle esportazioni di idrocarburi. Da tempo, leader delle milizie locali libiche chiedono di istituire un comitato di controllo sulle esportazioni di petrolio e gas, denunciano una diffusa corruzione e chiedono un sistema adeguato per distribuire i ricavi del petrolio sul territorio costruendo strade, ospedali, scuole (7). Rivendicazioni autonomiste ed economiche possono essere il terreno di trattativa su cui ricondurre le milizie all’interno del procesos di pacificazione. Più difficile appare l’integrazione dei gruppi salafiti e impossibile quello delle organizzazioni criminali. La comunità internazionale ha in agenda il prossimo appuntamento per parlare della Libia a marzo 2014, quando si terrà a Roma  la nuova conferenza sulla sicurezza della Libia. Quella potrebbe essere l’occasione per ripensare l’approccio internzionale alla ricostruzione materiale, sociale e politica della Libia.

NOTE

(1) Per una analisi complessiva della situazione in Libia si veda: Osservatorio di politica internazionale, “Mediterraneo e Medio Oriente”, Focus nr.16, Ottobre/novembre 2013, a cura del Centro studi internazionali.

(2) Weakened Prime Minister Ali Zeidan admits army ignores him, Libya Herlad, 17 gen 2014.

(3) Si veda a proposito Guide to key Libyan militias and other armed groups, Bbc News Africa, 28 novembre 2013.

(4) Security Council Briefing, 16 September 2013.

(5) A scuola di sicurezza al “Sant’Anna”, Il Tirreno, 20 gennaio 2014.

(6) Italia preoccupata dal caos libico, L’antidiplomatico.it, 16 gennaio 2014.

(7) Support Crumbles in East Libya for Oil Blockade Leader, by Ulf Laessing, Reuters.com, 30 gennaio 2014.

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