“La violenza in Libia è un affare intrinsecamente locale, che deriva da reti clientelari profondamente radicate e in lotta per le risorse economiche e il potere politico in uno stato afflitto da un vuoto istituzionale e dall’assenza di un arbitro centrale che abbia la preponderanza nell’uso della forza. Non c’è una sola fazione abbastanza forte da sopraffare le altre”.

Lo scrive Frederic Wehrey, lo scorso 28 luglio nell’articolo What’s behind Libya’s spiraling violence? pubblicato sul sito del Washington Post.

Wehrey afferma che le milizie, invece, di essere smantellate o integrate nel futuro assetto istituzionale statale, sono state messe a libro paga dei vari ministeri, e questo ha portato alla creazione di nuove milizie anch’esse alal ricerca di un un ingaggio governativo.

L’analisi è impietosa nel giudicare praticamente inutili le operazioni di addestramento che Stati uniti, Regno unito, Turchia e Italia hanno condotto fino ad oggi. Molti di essi sono tornati a combattere nelle milizie perchè una volta tornati in Libia il governo non ha trovato il modo di impiegarli in reparti regolari, ne in basi, armerie o installazioni militari, visto che sono quasi tutte in mano alle milizie. “In Libia manca una burocrazia capace di supportare un esercito”, scrive l’esperto amaericano.

Una soluzione all’attuale stato di cose sta nel definire un modello di sicurezza su base regionale, che integri al suo interno anche le milizie. Gli Stati uniti e la comunità internazionale devono farsi garanti delle regole che le varie milizie devono rispettare nella fase di costituzione di questa nuova forza.

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