a1911c“Difficoltà a individuare dei partner a parte intera. Assai scarsa convinzione e impegno nel sostenerli. Assenza di un centro politico strutturato. La Libia sembra avviata più verso il destino della Somalia che della Siria, cioè a diventare un vero e proprio stato fallito”. E’ la conclusione a cui arriva Roberto Aliboni, consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali, nel suo articolo “Libia verso la somalizzazione“, apparso su Affarinternazionali.it il 30 luglio 2014. “La comunità internazionale non può illudersi di stabilizzare il paese riattivando un processo politico finito in un vicolo cieco -spiega Aliboni- o cercando di addestrare le forze di sicurezza necessarie a ridare al governo libico (quale governo?) il monopolio della forza”. “(In Libia) nessuno vuole intervenirvi militarmente, né è in grado di esercitare una qualche influenza politica significativa”. Nelle ultime settimane gli scontri in Libia hanno assunto i caratteri di una vera propria guerra a Bengasi e a Tripoli. “All’aeroporto di Tripoli lo scontro è fra le milizie di Zintan (nazional liberali) e quelle di Misurata (filo islamiste); a Bengasi, Ansar al-Sharia e altri estremisti islamici combattono contro una coalizione di milizie più o meno politicamente apparentabili con quelle di Zintan, fra cui quella formata negli ultimi mesi dall’ex generale Khalifa Haftar” spiega Aliboni.

“In entrambe le città, le parti in lotta hanno effettuato diversi bombardamenti indiscriminati su aree densamente popolate – riporta una dichiarazione dell’ 8 agosto 2014 dell’Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu – con morti e feriti tra i civili. Le condizioni di vita della popolazione si sono  nettamente deteriorate e scarseggiano cibo, carburanti, ed elettricità. Le strutture sanitarie sono state severamente danneggiate e la criminalità dilaga. Gruppi armati di entrambi le parti hanno fatto dei prigionieri e giungono notizie delle prime torture, mentre continuano gli attacchi ai giornalisti e ai professionisti dell’informazione”.

Come argomenta Frederic Wehrey, lo scorso 28 luglio nell’articolo What’s behind Libya’s spiraling violence? pubblicato sul sito del Washington Post, “la violenza in Libia è un affare intrinsecamente locale, che deriva da reti clientelari profondamente radicate e in lotta per le risorse economiche e il potere politico in uno stato afflitto da un vuoto istituzionale e dall’assenza di un arbitro centrale che abbia la preponderanza nell’uso della forza. Non c’è una sola fazione abbastanza forte da sopraffare le altre”. Quello che si sta formando in Libia sembra avvicinarsi al modello che gli studiosi chiamano “ordine ibrido della sicurezza”, in cui le forze istituzionali, esercito e polizia, più deboli, invece di lavorare in maniera coordinata tra loro, collaborano con le più potenti forze non istituzionali, le milizie, che si muovono sotto il mandato nominale del governo, sostenuto da autorità tradizionali tribali e religiose. Nelle aree dove le milizie hanno un organico intreccio di rapporti sociali con la popolazione, il loro ruolo nel mantenere l’ordine è riconosciuto dai cittadini. Ma dove queste radici sociali non esistono, oppure nei punti dove esistono asset il cui controllo è strategico, come Tripoli e Bengazi, le milizie si trasformano in “entità predatorie e parassite, portando avanti rivendicazioni allo stesso tempo politiche, ideologiche e criminali”. Costituire in Libia una nuova struttura di sicurezza significa istituire una nuova forza militare più simile alla gendarmeria locale o alla guardia nazionale piuttosto che ad un esercito regolare, sentenzia Wehrey.

Di fronte a questo tipo di analisi si riscontrano le prime disponibilità ad un intervento internazionale in Libia. Nicola Latorre, senatore Pd, presidente della Commissione difesa del Senato, ha aperto il dibattito sul tema in Italia, rilasciando un’intervista sul Corriere della sera il 3 agosto 2014 in cui dichiara che  “serve un intervento sotto l’egida dell’Onu. Una presenza militare vera che, tra l’altro, risponderebbe a una domanda di aiuto che da quel Paese e’ gia’ arrivata. Una presenza in cui l’Italia potrebbe, anzi dovrebbe, avere il ruolo di guida, anche perchè è l’unico Paese a non aver ancora chiuso la propria ambasciata a Tripoli”. Come riporta Luciano Tirinnanzi su Panorama.it nell’articolo Libia: la minaccia islamica e la politica estera italiana Latorre aveva già aveva già parlato della Libia ai primi di luglio del 2014, di ritorno da un avisita ufficiale a Washington accompagnato dall’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, Capo di Stato maggiore della Difesa. Latorre anticipò una possibile svolta che potrebbe arrivare con il vertice Nato in Galles ai primi di settembre 2014 e con l’insediamento della Commissione europea.

Mario Arpino, su Affarinternazionali.it, argomenta che prima di tutto servirebbe superare le resistenze di Russia e Cina nel Consiglio di sicurezza dell’Onu ad un intervento militare in Libia. Quello del 2011 alla fine ha lasciato l’Italia “con il cerino tra le dita, un Mare Nostrum pieno di disperati, un dirimpettaio ridotto al fallimento, i nostri interessi calpestati e messi a repentaglio”. Il primo obiettivo geopolitico italiano è che la Libia mantenga una configurazione statuale unitaria e stabile ma è un obiettivo che interessa solo Roma. Arpino consiglia prudenza e di individuare bene quali attori interni alla Libia e quali attori regionali (la Tunisia, l’Egitto, l’Algeria) sono davvero interessati a stabilizzare la Libia e quindi a stare dalla pare dell’Italia.

Intanto lo scorso 4 agosto, il parlamento libico eletto il 25 giugno 2014 si è riunito la prima volta a Tobruk. E’ composto in maggioranza da moderati e liberali (i 55 deputati della Forza delle alleanze nazionali), con gli islamisti che contano su 23 seggi. 21 i seggi per il Movimento dei giovani per i diritti civili, il nucleo del gruppo che ha portato alla sollevazione contro Muammar Gheddafi. I restanti 89 sono da considerarsi indipendenti, anche se vicini a movimenti islamisti. Stati uniti, Regno Unito, Germania, Francia e Italia hanno rilasciato una dichiarazione comune di appoggio al nuovo parlamento.

 

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