Dimostrazioni a supporto dell'operazione Dignità in piazza dei Martiri a Tripoli (REUTERS/Ahmed Jadallah) dal sito http://news.linktv.org
Dimostrazioni a supporto dell’operazione Dignità in piazza dei Martiri a Tripoli (REUTERS/Ahmed Jadallah) dal sito http://news.linktv.org

(di DANIEL PESCINI)

Il governo italiano ha dichiarato che l’Italia è pronta ad intervenire in Libia in un contesto di legalità internazionale e a comandare una coalizione di paesi dell’area, europei e dell’Africa del Nord, per fermare l’avanzata del Califfato. Ma in Libia in gioco non c’è solo la guerra all’Isis. In Libia c’è un conflitto tra tre coalizioni di forze che si contendono il potere dal giugno 2014: i cosiddetti “laici”, gli islamisti, i jiahdisti.

Geopolitica italiana, con l’analisi “Libia: tutti gli attori del conflitto”, in quattro report, descrive chi sono i protagonisti politici e militari dello scenario libico, per fornire un quadro più chiaro del contesto geopolitico in cui si troverebbe ad operare una forza militare internazionale di peace keeping. Il primo report è dedicato al fronte laico.

“Laici”, islamisti e Jihadisti.

Per comprendere l’attuale situazione della Libia servono due premesse. La prima è una breve ricostruzione dei fatti a partire dal 25 giugno 2014, giorno in cui si tennero le elezioni per rinnovare il Congresso nazionale generale, il parlamento di transizione in carica dal luglio 2012. In mezzo ad atti di feroce violenza, si recarono alle urne solo 630mila elettori sui circa 1,5 milioni registratisi per votare, pari al 42%. A prevalere furono i candidati vicini alle forze laiche, ottenendo 50 seggi sui 200 in palio. Solo una trentina di seggi andarono ai candidati dei movimenti islamisti. Il nuovo parlamento si diede il nome di Majlis al-Nuwaab (Camera dei rappresentanti).

Il risultato delle elezioni non fu riconosciuto dal vecchio Congresso nazionale generale, controllato dagli islamisti, e i parlamentari del nuovo Majlis furono cacciati da Tripoli nel luglio 2014 dalle milizie islamiste di Misurata. Nel novembre del 2014 la Corte suprema libica, in una Tripoli controllata dagli islamisti, annullò le elezioni di giugno e il Congresso nazionale generale annunciò di assumere le funzioni di nuovo parlamento.

Da quel momento in poi la Libia ha cominciato ad avere due parlamenti e due fronti contrapposti: quello  islamista di Tripoli e quello laico di Tobruk. A cui occorre aggiungere un terzo fronte: quello delle milizie  jihadiste, che da tempo controllano le città di Derna e di Bengazi, e che a metà febbraio 2015 hanno occupato anche la città di Sirte.

La seconda premessa necessaria è una precisazione sui termini. In questa analisi, e in quelle che seguiranno,  indicheremo con l’aggettivo laico ogni attore dello scenario libico che non adotta la religione musulmana quale fattore esclusivo della propria visione politica e della propria  ideologia legittimante. In Libia fanno  parte del fronte laico anche forze che si definiscono islamiste moderate e che considerano l’islam una fonte autorevole di leggi. Si tratta quindi di un fronte composto da soggetti che di fatto, in questi mesi, sono uniti nella medesima coalizione, che insieme stanno combattendo contro forze islamiste e jihadiste ma, come vedremo, sono molto diversi tra loro.

L’aggettivo islamista sarà invece usato per le forze che promuovono l’islam come modello politico, che ispirano la propria azione ai modelli politici teorizzati dai testi religiosi musulmani. Anche in questo caso il termine è molto ampio e permette di includervi soggetti e ideologie profondamente diversi: dagli ayatholla teocratici iraniani, con il loro Partito della repubblica islamica, a soggetti che si collocano a pieno nel gioco democratico occidentale, come  il Partito per la giustizia e lo sviluppo in Turchia, passando dalla Fratellanza musulmana in Egitto e, appunto in Libia. Nel fronte islamista possono essere ricondotti tutti gli attori libici che appoggiano l’operazione “Alba” (Fajr Lybia).

L’aggettivo jihadista sarà usato per gli attori islamisti estremisti che interpretano il precetto islamico del “jihad” (letteralmente “sforzo sulla via di Dio”) come giustificazione per l’utilizzo della violenza contro coloro che a vario titolo sono considerati infedeli e che mirano all’instaurazione di un regime governato dalla sharia. Attori  attivi in Libia che possono essere considerati jihadisti sono Ansar Al-Sharia, Al Qaeda, l’Isis.

Il parlamento e il governo di Tobruk

Il Majlis, il parlamento laico, già dall’agosto 2014, si è trasferito a Tobruk, in Cirenaica, controllata da forze militari che combattono le milizie islamiste e quelle jihadiste. Il Majlis è presieduto da Aguila Saleh Iissa, un giurista della città orientale di Al-Qobba, che ha ricoperto diversi incarichi anche sotto il regime di Gheddafi.

Il Majlis è controllato da una sorta di coalizione tra il partito dell’Alleanza delle forze nazionali e varie fazioni autonomiste della Cirenaica. L’Alleanza raccoglie circa sessanta movimenti di ispirazione moderata, ideologicamente variegati, favorevoli ad un sistema politico democratico e liberale, che garantisca le libertà politiche ed economiche. Gli eletti dell’Alleanza appartengono a classi economicamente privilegiate, provengono da famiglie locali radicate e molto influenti e tra di loro non figura alcun esponente di spicco dell’opposizione in esilio durante il regime di Gheddafi. Si tratta di elite che non hanno abbandonato il paese dopo la rivoluzione del 1969 e che con il regime di Gheddafi avevano trovato un compromesso.

Dal 2012 il leader dell’Alleanza delle forze nazionali è Mahmud Jibril. Nato nel 1952 nella città di Beni Walid, Jibril ha perfezionato i suoi studi all’Università di Pittsburg, negli Stati Uniti, e ha lavorato a lungo anche a Il Cairo. Gli ambienti diplomatici americani lo descrivono come “un interlocutore serio che comprende il punto di vista americano”. Appartiene alla tribù dei warfalla, convinti sostenitori del regime di Gheddafi, di cui lo stesso Jibril è stato collaboratore ricoprendo la carica di presidente dell’Ufficio per lo Sviluppo economico nazionale fino all’inizio del 2011. Il 23 marzo del 2011 il Congresso nazionale di transizione lo ha nominato primo ministro ad interim del governo transitorio, carica che ha lasciato il 23 ottobre 2011. Jibril è un personaggio molto accreditato presso tutte le cancellerie occidentali.

Con la fiducia del Majlis, a Tobruk opera anche un governo laico, presieduto da Abdullah al-Thani, primo ministro dal settembre 2014. Al-Thani ha frequentato e concluso con successo l’Accademia militare di Bengazi, la stessa frequentata da Gheddafi, e sotto il regime del colonnello è stato più volte imprigionato. Tra marzo e aprile 2014 è stato primo ministro ad interim dopo la caduta del governo di Ali Zeidan, di cui era ministro della difesa dall’agosto 2013.

Il parlamento e il governo di Tobruk sono le uniche istituzioni libiche riconosciute dalla comunità internazionale.

Le milizie armate

A difendere con le armi il territorio della Cirenaica, compresa Tobruk, sono le forze del generale Khalifa Haftar. Sul generale molto è stato scritto dopo che nel maggio 2014 si è posto a capo dell’operazione militare Dignità, contro le milizie jihadiste di Ansar al-Sharia a Bengasi. Un’offensiva che poi si è allargata contro i jihadisti affiliati allo Stato islamico a Derna, e poi contro gli islamisti a Tripoli. Lo stesso generale ha dichiarato che riceve armi e munizioni dall’Egitto, dall’Arabia Saudita, dagli Emirati arabi uniti, dall’Algeria.

Haftar ha fatto parte dei quadri militari che nel 1969 parteciparono al golpe con cui Gheddafi destituì re Idris. Con Gheddafi, Haftar è stato anche Capo di stato maggiore delle forze armate libiche e ha condotto la guerra contro il Ciad dal 1983 al 1987. Il conflitto si risolse con una sonora sconfitta per la Libia e con il generale Haftar catturato dai ciadiani. Poichè il regime di Tripoli negava la presenza dei suoi soldati nel Ciad, Gheddafi disconobbe Haftar, un tradimento che portò il generale a diventare uno dei principali oppositori al regime. Dopo la liberazione, Haftar ha trovato rifugio per venti anni negli Stati uniti, in Virginia, a pochi passi dal quartier generale della Cia, a Langley. Circostanza che ha alimentato voci di suoi possibili forti legami con l’intelligence americana, che avrebbe avuto un ruolo anche nella sua liberazione.

Con la rivoluzione, Haftar è tornato in Libia combattendo con i ribelli, ma il suo passato di gheddafiano e la sua reputazione di filo americano ne hanno oscurato la figura subito dopo la caduta di Gheddafi. Nel febbraio 2014 lancia la sua campagna contro il Congresso nazionale generale e nel maggio successivo mostra la propria forza militare lanciando un attacco di terra appoggiato da caccia bombardieri alla città di Bengasi, controllata da milizie jihadiste e islamiste. Il giorno dopo, milizie della città di Zintan, alleate di Haftar, lanciano un violento attacco all’edificio del parlamento islamista di Tripoli. E’ l’inizio dell’operazione Dignità. Si stima che Haftar abbia ai suoi ordini circa 35mila uomini.

Haftar è una personalità che si muove in stretto contatto con i generali al potere in Egitto, con cui condivide, per ragioni anagrafiche, stesso passato e  stessa formazione politica di stampo nasseriano. E’ evidente che i generali egiziani, che nel luglio del 2013 hanno rovesciato il presidente Mohamed Morsi (del Partito Libertà e Giustizia, ovvero il partito dei Fratelli Musulmani in Egitto), per sostituirlo con Abd al-Fattah al-Sisi, abbiano tutta la convenienza a contrastare l’avanzata della stessa Fratellanza in Libia.

Nell’ovest del paese, in Tripolitania, zona prevalentemente controllata dagli islamisti, il fronte laico può contare su diverse milizie legate alle tribù Warfalla e Warshefana, forti sostenitrici del passato regime laico del colonnello e avverse agli islamisti. La più importante di tutte è la coalizione delle milizie di Zintan, città a 150 chilometri a sud-ovest di Tripoli. E’ un’alleanza di 23 gruppi armati, che dal 2011 hanno cominciato a coordinare i propri sforzi militari attraverso il Consiglio militare dei rivoluzionari di Zintan. Le milizie di Zintan sono considerte il secondo più forte gruppo armato del paese, dopo i miliziani islamisti di Misurata, dispongono di artiglieria e mezzi corazzati e sono guidate da Mukhtar Khalifah Shahub. Fino all’agosto 2014 hanno tenuto il controllo dell’aereoporto di Tripoli, poi perso dopo una furiosa battaglia contro le milizie di Misurata.

Fanno parte del fronte laico anche milizie armate che si battono per l’autonomia della Cirenaica, la regione libica con maggiori potenzialità petrolifere. Il gruppo più consistente è la milizia di Ibrahim Jadhran, già nota per aver bloccato, nell’estate nel 2013, i porti petroliferi della Cirenaica impedendo l’esportazione del greggio, e per poi aver cercato di rivenderlo alla Corea del nord attraverso la petroliera Morning Glory. I Navy Seal americani bloccarono la nave a largo di Cipro. Le forze ai comandi del poco più che trentenne Jadhran sono stimate in 17mila uomini.

Nel sud della Libia il riferimento dell’alleanza delle forze laiche è la tribù semi nomade dei Tebu. I Tebu da alcuni mesi stanno conducendo una sanguinosa guerra contro un’altra tribù seminomade, i Tuareg, per il controllo del deserto di Murzuq, a sud e a ovest dell’oasi di Ubari. Si tratta di una vasta zona che estende fino ai confini con Algeria, Niger e Ciad, dove sono presenti i pozzi petroliferi di Sharara (i secondi per importanza in Libia) e da dove passano numerose e redditizie vie di contrabbando.

Punti di forza del fronte laico

Il fronte laico è eterogeneo  e diversificato, ma il parlamento e il governo di Tobruk sono le uniche istituzioni libiche riconosciute dalla comunità internazionale. Ha l’appoggio politico e militare degli Emirati arabi uniti, oggi uno degli alleati più fidati degli Stati Uniti in Medio Oriente, e dell’Egitto, il più potente degli stati confinanti con la Libia, grazie al quale dispone di appoggio aereo alle proprie operazioni militari. Le figure chiave nello schieramento laico sono Jibril e Haftar. Il primo può garantire per il parlamento e per il governo di Tobruk presso le cancellerie occidentali e la comunità internazionale. Il secondo garantisce a parlamento e governo rifugio, protezione e capacità di azione militare coordinata, sia in Cirenaica, sia in Tripolitania. Se i due leader sapranno cooperare, la coalizione laica può essere sia il partner adeguato e affidabile che la comunità internazionale sta cercando in queste settimane per ordinare una missione Onu di peace keeping in Libia, sia la parte che potrà beneficiare in maniera maggiore della stabilizzazione del paese.

Fonti consultate:

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