In Medio Oriente esistono due linee di conflitto. La prima è tra islam e secolarismo.  La seconda è tra l’identità rappresentata dagli Stati artificiosamente costruiti dalle potenze coloniali e le identità sociali, culturali ed etniche già presenti nella regione. Lo sostiene George Friedman nel suo Geopolitical weekly del 9 giugno 2015 per Stratfor.com.

Il tentativo dell’Unione sovietica di penetrare in Medio oriente durante la Guerra fredda, argomenta Friedman, ha creato una catena di stati secolaristi, laici, socialisti e militaristi (come Iraq e Siria), contrapposta alla catena delle monarchie tradizionaliste, islamiste e filo occidentale gravitanti attorno alla penisola araba (come Arabia Saudita e Qatar).
La creazione di stati nazione ad opera delle potenze coloniali, Regno Unito e Francia in primis, ha invece creato una linea di conflitto tra gruppi sociali che hanno usato la nuova identità statuale per legittimare la propria aspirazione al potere (come i militari di Gheddafi in Libia o i nasseriani in Egitto) e gruppi sociali che invece hanno mantenuto la propria identità precedente. Identità che poteva essere quella a livello tribale, di clan o etnica, che spesso i confini imposti con gli stati-nazione hanno diviso (come nel caso dei curdi o dei beduini), oppure quella religiosa, sia sciita sia sunnita, con i suoi richiami universalistici che trasbordano i soliti confini degli stati nazione, oppure ancora l’identità panaraba promossa da Nasser.

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