L'entrata dei miliziani dello Stato islamico a Sirte
L’entrata dei miliziani dello Stato islamico a Sirte

(di Daniel Pescini). Lo Stato islamico sta cercando di ripetere in Libia il successo ottenuto in Siria adottando la stessa strategia: allearsi con i potenti leader locali; dividere gli islamisti per reclutare nuovi miliziani;  controllare risorse economiche strategiche per finanziare la realizzazione di un vero e proprio stato (Wehrey – 24 giugno 2015 – Carnagie Endowement for International Peace).

Il fulcro geopolitico: la città di Sirte

Lo Stato Islamico compare per la prima volta in Libia nell’aprile del 2014, a Derna. Nel giugno 2014 la Brigata martiri di Abu Selim riesce a cacciare i miliziani neri dalla città. Dall’ottobre 2014, grazie all’appoggio di alcuni gruppi jihadisti prima legati ad Ansar al Sharia, lo Stato islamico riesce ad infiltrasi nel distretto di Sirte e a controllare la cittadina di Nawfaliyah. Nel febbraio 2015 lancia la battaglia per conquistare Sirte e a giugno 2015 ne controlla tutti gli asset strategici: la stazione radio, gli studi televisivi, l’ospedale, l’università, i palazzi delle istituzioni locali, la centrale elettrica, l’aeroporto e gli importantissimi complessi di irrigazione.

Perchè lo Stato islamico è riuscito a insediarsi a Sirte? Dal punto di vista militare, nel febbraio 2015 la città era controllata dalle milizie di Misurata, componente dell’alleanza islamista che appoggia il parlamento di Tripoli. Le milizie però sono state lente a reagire alle prime infiltrazioni di Daesh, ritenendo prioritario il confronto militare allora in corso con forze nazionaliste del parlamento di Tobruk. I leader di Misurata hanno preferito prima ricercare una mediazione con lo Stato islamico, per poi inviare i proprie miliziani (la Brigata 166 e reparti della Third Force) a circondare Sirte. I comandi della Brigata 166 hanno accusato il parlamento di Tripoli (il Consiglio nazionale generale) di averli lasciati senza rinforzi, costringendoli a ritirarsi da Sirte senza cacciare dallo città lo Stato islamico (Wehery, cit.).

Dal punto di vista politico, invece, lo Stato islamico ha avuto la lungimiranza di stringere alleanze sia con le tribù locali, sia con gli influenti leader gheddafiani della città. Sirte, città natale di  Mu’ammar Gheddafi, è stata l’ultima roccaforte fedele al colonnello prima della sua morte, avvenuta proprio nella zona di Sirte nell’ottobre 2011 (Zelin, 12 agosto 2015, Bussiness Insider). Le alleanze con i leader locali sono state quindi la carta vincente del successo dello Stato islamico a Sirte ma al contempo lo rendono fragile. Da metà agosto 2015, infatti, nella periferia a est della città, lo Stato islamico sta combattendo proprio contro alcune tribù locali, dopo l’assassinio di importante leader religioso della tribù Al-Farjan, che alcune fonti attribuiscono a Daesh (Yahoo News).

Sirte è oggi il fulcro geopolitico dell’espansione dello Stato islamico in Libia. La città ha una collocazione geografica strategica che consente  di condurre due azioni in contemporanea. La prima consiste nell’attaccare la coalizione islamista di Tripoli, in particolare la città di Misurata (270 chilometri a ovest) e le sue milizie. Obiettivi: dividere il fronte islamista e intruppare le fazioni più  estremiste tra i ranghi dello Stato islamico. La seconda azione consiste nell’infiltrarsi, a est, nella cosiddetta Mezzaluna petrolifera (o “Oil Crescent”) la regione che si snoda da Sirte a Bengasi, dove si concentrano gran parte dei pozzi, degli oleodotti,delle raffinerie e degli impianti portuali per l’esportazione di petrolio e gas. Obiettivi: prendere il controllo delle risorse energetiche per finanziare le azioni di guerra indirizzate a creare  nuovo stato islamico in Libia. Al contempo, reclutare nuovi miliziani dalle tribù locali (Wehrey, cit.).

L’espansione a est per controllare la “Mezzaluna petrolifera”

E est di Sirte lo Stato Islamico controlla una fascia di territorio costiero lunga circa 150 chilometri che comprende i centri di Harawa, Nawfaliyah e Bin Jawad. Bin Jawad dista meno di 60 chilometri dai terminal portuali petroliferi di Sidra e di Ras Lanuf, dove si trova anche un importante centro di raffinazione. Conquistare Sidra e Ras Lanuf significherebbe un salto di qualità per lo Stato islamico, perchè potrebbe boicottare l’esportazione del petrolio dai pozzi petrolifieri del cosiddetto “Bacino di Sirte”, dove si trova circa il 70% delle riserve petrolifere del paese. Non a caso, appena si è manifestata questa eventualità, i media occidentali sono tornati a parlare di una imminente operazione internazionale contro le posizioni dello Stato Islamico a Sirte (Marinone, East Journal, 4 agosto 2015).

Sidra e Ras Lanuf  sono state per circa due anni sotto il controllo della Petroleum Facilities Guard, la milizia guidata dal leader federalista Ibrahim Jadhran. Sotto il pericolo che le truppe islamiste di Tripoli occupassero le installazioni petrolifere, Jadhran si è alleato con i nazionalisti del governo di Tobruk. Sebbene Jadhran continui a mantenere una forte presenza nella zona, ad aprile 2015 Sidra e Ras Lanuf risultavano difese solo da pochi uomini provenienti da milizie locali. Nella zona, circola la voce che uno dei fratelli di Jadhran, Osama, si sia unito allo Stato islamico e che ci siano stati contatti tra Jadhran e il gruppo jiadista, che però non hanno portato a nessun accordo. Jadhran è un leader che non ha sposato nè la causa dei nazionalisti di Tobruk, nè la causa degli islamisti di Tripoli. Le sue rivendicazioni principali consistono nel ripartire i proventi delle esportazioni di petrolio e gas della Cirenaica in modo da farne ricadere gli effetti sulla regione. Il suo comportamento verso la possibile avanzata dello Stato islamico su Sidra e Ras Lanuf non è prevedibile, ma il controllo dei terminal e delle raffinerie petrolifere delle due città è un asset al quale Jardhan non rinuncerà (Middle East Eye, 8 giugno 2015).

Tra le opzioni a disposizione dello Stato islamico per controllare nuove fonti di ricchezza c’è anche quella di espandersi a sud di Sirte, verso il distretto di Jufrah. Qui si trovano i pozzi petroliferi di Mabruk, la città di Waddan, crocevia strategico per numerosi traffici criminali che lo Stato Islamico potrebbe tentare di controllare, e tribù che in passato hanno appoggiato il regime di Gheddafi e che potrebbe passare con lo Stato islamico (Zelin, cit.).

L’espansione a ovest per dividere gli islamisti

A ovest di Sirte lo Stato islamico controlla i centri di al-Wushka e Wadi Zamzam, quest’ultimo all’interno del distretto di Misurata. Tra aprile e maggio 2015 Misurata è stata attaccata da numerosi attentati suicidi che hanno preso di mira i check point della città. Le milizie di Misurata hanno reagito istituendo, il 7 giugno 2015 (Mozayix.com), la Operation Room of Misrata’s Revolutionary Fighters, un nuovo reparto per far rispettare il coprifuoco a Misurata, controllare gli stranieri in città. Inoltre, aerei da caccia di base a Misurata hanno attaccato Sirte.

Le milizia di Misurata paiono essere l’obiettivo principale dello Stato islamico. Non tanto per ottenerne la sconfitta militare, quanto per provocarne la divisione interna o la separazione dalla coalizione islamista di Tripoli. Molti degli alleati delle milizie misuratine hanno criticato il loro l’operato durante la battaglia per Sirte, arrivando ad accusarle di ambivalenza e prossimità  con lo Stato islamico. Da parte loro, le milizie di Misurata lamentano di essere state lasciate sole a contrastare l’avanzata dello Stato islamico e imputano il loro ritiro da Sirte al mancato appoggio da parte degli alleati. A più  riprese la milizie hanno chiesto maggior assistenza agli Stati Uniti, per ottenere intelligence satellitare, rilevatori di mine, veicoli corazzati e visori notturni, in modo da avere una dotazione militare più tecnologica rispetto a quella dei jihadisti.(Wehery, cit.)

Il rischio di un salto di qualità

Fino ad oggi lo Stato Islamico è riuscito ad espandersi in Libia per due ragioni: le divisioni all’interno della coalizione islamista di Tripoli, che al momento ne è il principale rivale militare, e una più accorta politica di alleanze con i leader locali.

Le divisioni tra gli islamisti di Tripoli sono esacerbate sia dalla propaganda che lo Stato islamico lancia contro i leader religiosi islamisti, sia dai negoziati di pace avviati dalle Nazioni unite, che portano i leader di Tripoli allo stesso tavolo con i leader del parlamento nazionalista di Tobruk, dove sono presenti numerosi e influenti esponenti dell’ex regime gheddafiano. Se le trattative di pace dovessero evolvere in un accordo tra le due parti, non è escluso che gli elementi più estremisti della coalizione islamista decidano di unirsi allo Stato islamico.

A Sirte, la penetrazione e l’espansione dello Stato islamico non sarebbe stata possibile senza l’appoggo dei leader locali. Resta da vedere su quali basi queste alleanze potranno rimanere solide, visto che l’integralismo religioso dello Stato islamico non è disposto transigere sul fatto che la sharia debba essere l’unica fonte di leggi da adottare nei territori controllati.

Se però lo Stato islamico entrasse in possesso di asset economici capaci di finanziare la propria lotta, la situazione cambiarebbe. Il controllo dei terminal petroliferi di Ras Lanuf e di Sidra nella Mezzaluna petrolifera, oppure dei pozzi di Mabruk o dei traffici illeciti che si svolgono nel deserto a sud di Sirte, darebbe allo Stato islamico un maggiore autonomia di manovra e una maggiore capacità di negoziazione con i poteri locali, presupposto per trasformare la Libia in una nuova Siria. (24 agosto 2015)

Annunci