Bernardino Leon, the Special Representative of the Secretary-General for Libya and Head of UNSMIL at a press conference during the meeting of Libyan parties. 14 January 2015. UN Photo / Jean-Marc FerrŽ
Bernardino Leon, the Special Representative of the Secretary-General for Libya and Head of UNSMIL at a press conference during the meeting of Libyan parties. 14 January 2015. UN Photo / Jean-Marc FerrŽ

(Di DANIEL PESCINI) Il 26 agosto 2015, Bernardino Leon, capo della missione delle Nazioni unite in Libia (Unsmil) ha tenuto il proprio rapporto periodico sulla situazione nel paese davanti al Consiglio di sicurezza.

Leon ha aperto la sua relazione illustrando la sofferenza della popolazione di Bengasi, dove si combatte da oltre un anno, e dove il conflitto tra militanti jihadisti salafiti e le forze nazionliste del parlamento di Tobruk é in stallo e si è trasformato in una guerra di trincea, di cui fanno le spese circa 100mila persone, sfollate dalla città, dove il 70% delle infrastrutture sanitarie é inservibile.

Nel sud del paese l’assenza di qualsiasi autorità statale ha esacerbato la concorrenza tra gruppi tribali locali per il controllo del territorio e delle risorse.

“Secondo diverse agenzie delle Nazioni Unite -ha affermato Leon- si stima che 1,9 milioni di persone necessitino di assistenza sanitaria. L’accesso al cibo è un grave problema per circa 1,2 milioni di persone, per lo più a Bengasi e nell’est. La cifra di sfollati nel paese ha raggiunto quota 435.000. Il sistema sanitario è sull’orlo del collasso, con molti ospedali sovraffollati e che operano a capacità gravemente ridotta. Ci sono gravi carenze di medicinali, vaccini e attrezzature mediche. Le interruzioni di corrente sono endemiche in molte aree del paese e alcuni quartieri a Bengasi stanno sopportando tagli dell’energia elettrica per quasi ventiquattro ore su ventiquattro”.

“Si stima che in Libia vi siano quasi 250mila migranti -ha proseguito l’inviato delle Nazioni unite- sottoposti ad arresti e detenzioni arbitrarie, abusi sessuali, lavoro forzato, sfruttamento ed estorsione”.

Il briefing ha anche evidenziato come l’economia del paese continui a contrarsi rapidamente, soprattutto a causa della significativa riduzione dei proventi derivanti dalle esportazioni del petrolio, vista la caduta dei prezzi sul mercato e la bassa produzione proveniente dai giacimenti della Libia. Le riserve finanziarie della Libia vengono anche pesantemente impoverite dalle spese sostenute in ambiti non produttivi. Le parti in lotta, inoltre, si stanno ferocemente battendo per controllare le istituzioni finanziarie del paese.

I diritti umani in Libia continuano ad essere impunemente violati da tutti i gruppi armati, che fermano e imprigionato civili in maniera indiscriminata, anche solo sulla base delle opinioni politiche, allo scopo di utilizzarli come arma di ricatto o per pretendere riscatti.

“Lo Stato islamico in Libia o Daesh -come lo indica Leon- ha esteso il proprio controllo 200 chilometri a est e 200 chilometri a ovest di Sirte (…). Non ci può essere alcun dubbio che il pericolo rappresentato da Daesh per la Libia è reale, imminente e palpabile. Tutti gli attori militari e politici della Libia ne sono consapevoli ma devono riconoscere che qualsiasi strategia finalizzata a contenere, se non ad eliminare, la minaccia di Daesh, sarà credibile solo se sarà il prodotto di uno sforzo concertato, unificato e coordinato di un unico governo libico rappresentativo di tutti. Il messaggio ai leader della Libia è chiaro: semplicemente non c’è altra alternativa a un’azione unitaria e collettiva per impedire con successo il ripetersi dei progressi catastrofici che Daesh ha fatto in paesi come Siria e Iraq”.

L’ultima parte della relazione é stata dedicata da Leon ai progressi nelle trattative di pace. Tuttavia, l’ottimismo ostentato dal diplomatico sulla possibilità concreta di raggiungere un primo accordo di pace ha dovuto fare i conti con il recente abbandono dei colloqui da parte dei rappresentanti del parlamento di Tripoli.

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