Una riunione di negoziati di pace sulla Libia
Una riunione di negoziati di pace sulla Libia

(di Daniel Pescini) La ripresa dei negoziati tra le due fazioni che si contendono la legittimità a rappresentare il popolo libico è, ovvio, una buona notizia. L’inviato delle Nazioni unite in Libia, Bernardino Leon, a partire da giovedì 10 settembre 2015, dà il via ad un nuovo round di colloqui in Marocco tra i rappresentanti del Consiglio nazionale generale di Tripoli e la Camera dei rappresentanti di Tobruk. Obiettivo: un governo di unità nazionale entro il 20 settembre. Un compito difficile, perchè si tratta di convincere i rivoluzionari intransigenti e islamisti di Tripoli ad andare d’accordo con i rivoluzionari moderati e nazionalisti di Tobruk, che hanno tra le proprie file anche esponenti importanti dell’ex regime gheddafiano.

Tuttavia, se le trattative andassero a buon fine, ciò non allontanerebbe affatto la possibilità di un intervento armato della comunità internazionale. Anzi, esiste il rischio contrario: avere un unico interlocutore internazionalmente riconosciuto e ritenuto affidabile potrebbe far accelerare la decisione di intervenire militarmente.

Infatti, un nuovo governo libico di unità nazionale, magari legittimato anche da nuove elezioni, sarebbe un asset politico che le potenze europee avrebbero tutto l’interesse e la convenienza a difendere. Perché potrebbe essere lo strumento con cui: 1) contrastare la presenza dei gruppi jihadisti salafiti nel paese, lo Stato islamico in primis; 2) governare meglio i flussi migratori verso l’Unione europea; 3) far riprendere la produzione di petrolio e gas del paese, che servirebbe a rifornenire di energia l’Europa in vista dell’inverno e a dare al nuovo governo di unità nazionale le risorse finanziarie per avviare un processo di stabilizzazione che abbia concrete possibilità di successo.

D’altra parte, ogni volta che si è parlato di un intervento militare in Libia, la precondizione posta dagli stati che potrebbero condurre l’azione, ad esempio l’Italia, è sempre stata la presenza di un interlocutore credibile sul piano politico-istituzionale, eletto democraticamente e quindi ritenuto rappresentativo della volontà popolare, a difesa del quale giustificare l’utilizzo della forza sotto mandato delle Nazioni unite.

Non è da escludere che Tripoli e Tobruk abbiamo interessi comuni a stabilire un accordo per convincere l’Onu a ritare l’embargo di armi alla Libia imposto nel 2011, per poter rafforzare i rispettivi eserciti e milizie e contrastare con più efficacia lo Stato islamico. Ma il caos seguito alla caduta di Gheddafi dopo i bombardamenti dell’operazione Odyssey Dawn del 2011, consiglia la comunità internazionale a non far affluire nuove armi nel paese, dove non esiste alcuna autorità statale capace di porre fine alle rivalità tra milizie, città, tribù e potentati locali e dove il vuoto di potere che ne deriva ha permesso a terroristi jiahdisti, contrabbandieri, trafficanti di armi, trafficanti di uomini di infiltrarsi nel paese in profondità.

Meglio quindi un intervento condotto dall’esterno, sotto mandato Onu. Ma una nuova azione militare della comunità internazionale in Libia, che a questo punto potrebbe comprendere anche truppe di terra, quali scopi dovrebbe prefiggersi? Naturale pensare subito alla lotta contro lo Stato islamico, che in Libia ha la sua roccaforte nella zona di Sirte. E’ difficile stabilire la reale forza dello Stato islamico nel paese, sia in termini di uomini, sia in termini di armamenti. Le stime parlano di alcune centinaia di miliziani e di una organizzazione capace di singole eclatanti azioni terroristiche, ma niente indica una organizzazione militare paragonabile a quella in azione in Siria e in Iraq. Niente indica che Daesh sia riuscito a mettere radici profonde nella zona di Sirte, dove la sua espansione è stata favorita dalla divisione degli avversari e dalle alleanze che il gruppo ha stretto con il gruppo jiahdista Ansar al-Sharia e con i potentati locali legati al vecchio dittatore Gheddafi. E’ chiaro che in Libia, lo Stato islamico, almeno per il momento, non gode della forza che ha in Siria e in Iraq, anche solo per il fatto che mentre questi ultimi due paesi hanno consociuto e conoscono un forte conflitto tra sciiti e sunniti, la Libia ha una popolazione che è praticamente tutta di fede sunnita.

Anche ammesso che un intervento militare sconfigga lo Stato islamico, è quindi la stabilizzazione definitiva di un paese atomizzato che appare il compito più difficile da portare a termine, impossibile da raggiungere con il solo uso della forza. Ogni azione della comunità internazionale in questa direzione non può prescindere dall’affrontare due problemi di fondo: 1) come inglobare nel processo di democratizzazione la maggior parte degli attori operanti sul campo; 2) come finanziare tale processo democratico inclusivo.

La risposta a questi due problemi giace forse sotto le sabbie dei deserti della Libia meridionale, dove grandi riserve di gas e di petrolio possono garantire al paese entrate finanziarie più che sufficienti a rimetterlo in piedi. Occorre che queste entrate servano a ricostruire il paese, a finanziare i servizi ai cittadini. Ma finchè non si porrà fine agli scontri tra le fazioni libiche, esse continueranno ad essere usate per condurre la guerra, avvitando la Libia in un circolo vizioso fino al punto di non ritorno.

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