Alessio Tacconi
Alessio Tacconi

“Lo sforzo diplomatico come prima ed unica modalità per raggiungere la pace. E se ci sarà un eventuale intervento internazionale di protezione l’Italia ha sempre espresso la sua disponibilità”. Si muove tra questi due punti fermi la posizione di Alessio Tacconi, deputato della Repubblica italiana dal marzo 2013, iscritto al gruppo parlamentare del Partito democratico e  componente della Commissione affari esteri e comunitari della Camera. Geopolitica italiana lo ha intervistato sull’attuale crisi in Libia, sui possibili sviluppi e conseguenze per l’Italia e per il contesto geopolitico del Mediterraneo.

Onorevole Tacconi, la situazione in Libia continua ad essere critica. I negoziati promossi dalle Nazioni unite tra il Parlamento di Tobruk e quello di Tripoli hanno un andamento altalenante e nel paese continuano gli scontri tra milizie, con lo Stato islamico che si è conquistata la città di Sirte come roccaforte.

“Proprio così. La mancanza di qualsiasi controllo del territorio libico dopo la destituzione di Gheddafi nel 2011 ha portato a questa situazione caotica e molto critica, dove diverse fazioni stanno recriminando territorio e potere, senza riuscire però ad imporsi totalmente sulle altre. I negoziati portati avanti dal Rappresentante speciale delle Nazioni unite, Bernardino Leon, puntano proprio alla creazione di un governo di unità nazionale, che rappresenterebbe il primo passo di un complesso percorso per arrivare alla pacificazione e alla ricostruzione in Libia”.

Quando avete affrontato l’ultima volta la questione in commissione esteri e quali priorità sono state individuate?

“La questione dei conflitti in Medio Oriente e nell’Africa mediterranea, insieme ai pericoli rappresentati in questo momento da Daesh, è tenuta sotto stretta osservazione dalla Commissione esteri della Camera. L’ultima occasione di un confronto su questo tema è stato poco prima della pausa estiva in cui, durante un dibattito dal titolo “Daesh. Il terrorismo si fa stato”, si è anche affrontata la questione libica. Le priorità individuate sono completamente in linea con la linea tenuta coerentemente dal governo italiano negli ultimi anni, individuando lo sforzo diplomatico come prima ed unica modalità per raggiungere la pace in quel paese. Un ulteriore momento di dibattito sul tema è in programma nelle prossime settimane”.

Quali interessi deve difendere l’Italia in Libia?

“È inutile nascondere gli interessi energetici dell’Italia in Libia, ma la pacificazione nel territorio libico risulta un passo fondamentale per il raggiungimento di una nuova situazione di stabilità politica di tutta l’area nordafricana, da sempre molto vicina all’Italia sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista culturale. Ma, al di là degli interessi energetici dell’Italia, mi preme sottolineare l’importanza che una pacificazione del paese avrebbe sulla stabilità dell’intera area e sul controllo dei flussi migratori”.

Lo scorso 26 agosto, il rappresentante speciale delle Nazioni unite in Libia, Bernardino Leon, nel suo briefing al Consiglio di sicurezza, ha affermato che “non ci può essere alcun dubbio che il pericolo rappresentato da Daesh per la Libia è reale, imminente e palpabile”. Concorda con queste parole?

Bernardino Leon
Bernardino Leon

“Concordo pienamente. Il vuoto politico che la Libia ha conosciuto negli ultimi anni ha portato alla presenza di due distinti governi, uno a Tobruk ed uno a Tripoli, con la città di Misurata come terzo soggetto politico che rivendica autonomia, lasciando allo stesso tempo vasta aree del paese sotto il controllo delle numerose tribù libiche. Purtroppo il governo di Tobruk, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, non è riuscito ad imporre il proprio controllo su tutto il territorio libico. Questa situazione ha rappresentato terreno fertile  perché, in alcune aree, come per esempio nella città di Sirte, si imponessero alcune fazioni armate che si autodefiniscono affiliate allo Stato Islamico. Il pericolo della conquista di altre fette di territorio da parte di questi gruppi armati è, purtroppo, reale”.

Perchè lo Stato islamico riesce ad avanzare in Libia?

“Credo che la più grande forza di questi gruppi armati, oltre all’assenza di uno stato nazionale che garantisca l’ordine sul territorio, sia l’utilizzo di metodi violenti e sanguinari, che non si fermano davanti a niente e nessuno, mettendo a ferro e fuoco i villaggi e le città in cui riescono ad entrare. Di fronte a tale livello di violenza è difficile porre in essere una adeguata difesa, soprattutto se non si vogliono utilizzare metodi analoghi. A fermare la loro avanzata, poi, non trovano alcun ostacolo, il che facilita i loro movimenti attraverso il paese”.

Come si ferma l’avanzata dello Stato islamico in Libia?

“Si ferma con l’impegno da parte di tutte le parti presenti sul territorio libico di ripristinare una situazione di controllo, pace e stabilità, magari, nel primo periodo, sotto stretta sorveglianza di un contingente internazionale. Come conseguenza naturale, il passo successivo dovrebbe essere l’istituzione di pesanti pene per chi attenta alla sicurezza delle nuove istituzioni e della popolazione libica. In generale, credo che questa sia la strada per sconfiggere lo Stato Islamico, non solo in Libia: uno sforzo comune degli stati occidentali e di quelli nordafricani e mediorientali che, da soli, per motivi diversi, non avrebbero la forza di raggiungere un obiettivo così difficile”.

Quali sono i rischi per la sicurezza che corre l’Italia con lo Stato islamico sull’altra sponda del Mediterraneo?

“È indubbio che la presenza di gruppi armati affiliati allo Stato Islamico sul territorio libico deve mettere in guardia il nostro paese verso possibili minacce per la sicurezza interna. Per questo già da alcuni mesi sono stati individuati i luoghi di interesse più sensibili, aumentando in parallelo il livello di guardia su tutto il nostro territorio. Il lavoro effettuato dalle nostre forze dell’ordine fino a questo momento è stato notevole ed efficace, sono sicuro che non si abbasserà la guardia”.

Ritiene possibile un accordo tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk, magari proprio per fronteggiare la minaccia posta dallo Stato islamico?

“È notizia di qualche ora fa che il Rappresentante speciale delle Nazioni unite, Bernardino Leon, ha annunciato il raggiungimento, dopo lunghi negoziati, di un testo finale che permetterebbe un accordo tra le parti per la creazione di un governo di unità nazionale. Il mio auspicio è che le parti ora facciano il passo finale firmando l’accordo, dimostrando di voler perseguire l’obiettivo di una totale pacificazione del paese sconfiggendo totalmente la minaccia dello Stato Islamico. In caso contrario, temo che ci vorrà del tempo per ottenere ancora una volta condizioni così favorevoli per un accordo e, con tutta probabilità, la situazione diventerà ancora più favorevole all’allargamento della presenza dello Stato Islamico nel paese”.

C’è la possibilità che uno degli attori in campo abbia la forza necessaria per sopraffare i rivali e imporre la stabilizzazione della Libia?

“Ritengo questa possibilità assai remota, dopo aver visto l’evolversi della situazione negli ultimi mesi ed anni. Nessuno ha avuto la forza, nè l’autorevolezza, di imporsi sugli altri, nemmeno l’amministrazione di Tobruk, forte del riconoscimento internazionale. Per questo è necessario ed indispensabile il raggiungimento di un accordo diplomatico tra le parti”.

Un intervento militare può essere escluso a priori?

“Fino a questo momento la scelta di un intervento di terra sul territorio libico è parsa non percorribile, secondo me a ragione. Un intervento militare di terra, in un momento di così grande confusione, senza il supporto di tutti gli attori della vita sociale del paese, non troverebbe le condizioni per poter operare per il raggiungimento degli obiettivi minimi di messa in sicurezza del territorio”.

Quali obiettivi dovrebbe avere l’intervento militare? 

“La fine delle ostilità e delle atrocità verso la popolazione, la messa in sicurezza del territorio e la pacificazione dell’intera Libia. Ma sarebbe inutile e, probabilmente, addirittura dannoso senza l’appoggio degli attori politici libici”.

Quale ruolo dovrebbe svolgere l’Italia in caso di un intervento militare?

L’Italia ha sempre espresso la sua disponibilità a guidare un intervento in territorio libico, escludendo comunque con forza l’intervento militare di terra. Evidentemente la profonda vicinanza geografica e storica mette l’Italia in una condizione privilegiata per guidare una eventuale missione in Libia. A questo punto, però, bisogna attendere di conoscere la scelta delle parti riguardo la firma o meno dell’accordo. Da quella decisione derivano anche le caratteristiche di un eventuale intervento internazionale di protezione e, conseguentemente, il ruolo dell’Italia”.

La Nato è intervenuta in Libia nel 2011 sulla scorta della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che chiedeva un immediato cessate il fuoco, autorizzava la comunità internazionale ad istituire una no-fly zone in Libia e ad utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili ed imporre il cessate il fuoco. Fu una scelta saggia?

“La scelta in sè fu ineccepibile, in quanto era proprio volta alla protezione dei civili e al raggiungimento del cessate il fuoco. La successiva trasformazione di questa decisione in un attacco alle forze governative è stata fatta, con tutta probabilità, senza analizzare le possibili conseguenze negative che sarebbero intervenute successivamente. Con il senno di poi, è lecito nutrire qualche dubbio che la decisione sia stata saggia“.

Intervista a cura di Daniel Pescini.

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