Erasmo Palazzotto
Erasmo Palazzotto

“Un intervento militare sarebbe un disastro. Solo i libici possono liberare la Libia da Daesh”. E poi ancora: “Non siamo stati neutrali nel conflitto tra le parti e abbiamo distrutto paesi senza porci il problema delle macerie che abbiamo lasciato”. A parlare è Erasmo Palazzotto, deputato della Repubblica italiana dal marzo 2013. Iscritto al gruppo parlamentare Sinistra ecologia e libertà, è vice presidente della Commissione affari esteri e comunitari della Camera dei deputati. In questa intervista rilasciata a Geopolitica italiana esprime la sua posizione in merito alla situazione in Libia, alle responsabilità delle potenze occidentali e ai possibili scenari che possono aprirsi nel Mediterraneo.

Onorevole Palazzotto, la situazione in Libia continua ad essere critica. I negoziati promossi dalle Nazioni unite tra il Parlamento di Tobruk e quello di Tripoli hanno un andamento altalenante e nel paese continuano gli scontri tra milizie, con lo Stato islamico che si è conquistata la città di Sirte come roccaforte. Quando avete affrontato l’ultima volta la questione in commissione esteri e quali priorità sono state individuate?

La Commissione presta molta attenzione alla questione libica, abbiamo da poco incontrato l’Inviato speciale delle Nazioni unite Bernardino Leon a cui abbiamo manifestato tutto il nostro sostegno affinché la sua iniziativa possa avere successo. Se c’è una cosa su cui siamo tutti d’accordo e la centralità di un possibile accordo tra le parti in conflitto.

Quali interessi deve difendere l’Italia in Libia?

L’Italia ha molti interessi economici in Libia, le nostre imprese sono un pezzo importante dell’economia libica, senza parlare degli interessi petroliferi dell’Eni. Ma ritengo che per un paese come il nostro sarebbe miope guardare solo alla difesa di interessi particolari. Dovremmo svolgere un ruolo da protagonisti nella ricostruzione della sponda sud del Mediterraneo, recuperarne la centralità strategica. Per questo l’interesse primario del nostro paese deve essere la stabilizzazione della Libia, anche a costo di sacrificare qualcosa.

Lo scorso 26 agosto, Bernardino Leon, nel suo briefing al Consiglio di sicurezza, ha affermato che “non ci può essere alcun dubbio che il pericolo rappresentato da Daesh per la Libia è reale, imminente e palpabile”. Concorda con queste parole?

Attualmente parliamo di un insediamento limitato, sia territorialmente che numericamente, nulla di paragonabile alla forza militare che Daesh ha in Siria. Un governo di unità nazionale avrebbe la forza per contenerlo ed eliminarlo. Ma è chiaro che l’attuale contesto libico rappresenta un terreno molto fertile per la sua crescita e che se si non raggiunge presto un’accordo il pericolo potrebbe diventare molto più che imminente. Quindi sì, sono assolutamente d’accordo con le parole di Bernardino Leon.

Perchè lo Stato islamico riesce ad avanzare in Libia?

La situazione è molto complessa, diverse sono le forze che agiscono sul campo, spesso milizie scollegate fra loro. In assenza di un’autorità nazionale legittimata qualunque potentato locale si costruisce una milizia e controlla una porzione di territorio. In un contesto di questo tipo è facile per una forza fluida come Daesh infiltrarsi e fare proselitismo. Senza un governo di unità nazionale legittimato a ricostruire una forza militare sarà difficile arginarla.

Come si ferma l’avanzata dello Stato islamico in Libia?

Solo i libici possono liberare la Libia da Daesh. Noi dobbiamo sostenere la nascita di un governo di unità nazionale che possa ricostruire lo stato, restituire legittimità alle autorità locali e formare un esercito regolare in grado di arginare la minaccia terroristica.

Quali sono i rischi per la sicurezza che corre l’Italia con lo Stato islamico sull’altra sponda del Mediterraneo?

Per il momento nessuno, sono molto più pericolose e potenti le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Ma è chiaro che se non cambia qualcosa potremmo trovarci davanti ad una nuova minaccia imprevedibile.

C’è la possibilità che uno degli attori in campo abbia la forza necessaria per sopraffare i rivali e imporre la stabilizzazione della Libia?

È la cosa su cui alcuni governi avevano puntato, l’Egitto e la Francia su tutti hanno investito molto su questa ipotesi. Adesso però è chiaro che il Generale Haftar non ha la forza ne la legittimità politica per unificare il paese. Quindi forse è il caso di ripartire nei negoziati coinvolgendo nel processo le municipalità ed i governi locali che sono rimasti fuori dal conflitto e che sono la base per la costruzione di una Libia democratica.

Ritiene possibile un accordo tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk, magari proprio per fronteggiare la minaccia posta dallo Stato islamico?

È quello che auspico. Purtroppo la comunità internazionale non ha aiutato questo processo. Non siamo stati neutrali nel conflitto tra le parti. Spesso trascinati dagli interessi espansionistici di nostri partner come l’Egitto abbiamo agito per legittimare il governo di Tobruk aumentando le diffidenze di Misurata e Tripoli.

Un’operazione internazionale per stabilizzare la Libia può essere esclusa a priori? 

In un contesto di questo tipo un intervento militare sarebbe un disastro. Senza una soluzione politica un’azione unilaterale frammenterebbe ulteriormente il paese spianando la strada a Daesh. Stiamo ancora pagando il prezzo delle scellerate avventure militari del 2011.

Quali obiettivi dovrebbe avere tale operazione internazionale? 

L’unico obbiettivo possibile è un intervento di peace enforcement, che può esistere solo se le parti raggiungono un accordo. A quel punto bisogna sostenere in tutti i modi la nascita di un governo di un’unità nazionale e di un esercito libico in grado di controllare il paese.

Quale ruolo dovrebbe svolgere l’Italia in questa operazione?

Sconsiglierei un intervento militare diretto, siamo sempre un paese ex colonizzatore, e poi siamo più bravi nel supporto logistico, nella fornitura di mezzi e nell’addestramento di uomini.

La Nato è intervenuta in Libia nel 2011 sulla scorta della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che chiedeva un immediato cessate il fuoco, autorizzava la comunità internazionale ad istituire una no-fly zone in Libia e ad utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili ed imporre il cessate il fuoco. Fu una scelta saggia?

Ne stiamo ancora pagando le conseguenze. Pensare di risolvere i problemi con la forza senza avere idea di ciò che verrà dopo è un’abitudine tutta occidentale. L’Isis è figlio di questo modello di politica estera. Abbiamo distrutto interi paesi senza porci il problema delle macerie che avremmo lasciato ed abbiamo pensato che le “primavere arabe” fossero l’occasione per far fuori qualche dittatore e non l’opportunità di liberare quei popoli. Non abbiamo mai guardato ai processi di transizione democratica, che sono difficili e che hanno bisogno del sostegno della comunità internazionale. Se non cambiamo la politica estera dei paesi occidentali l’incendio che avvolge il Medio Oriente ed il Mediterraneo presto raggiungerà anche l’Europa. Se non è già così.
Intervista a cura di Daniel Pescini
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