(di Daniel Pescini) Nell’inverno del 1957, americani e inglesi non volevano che gli italiani interferissero con il loro progetto di monopolizzare lo sfruttamento del petrolio in Libia. A scriverlo è Massimiliano Cricco, professore associato di Storia delle relazioni internazionali presso il Dipartimento di studi giuridici e politici dell’Università Guglielmo Marconi di Roma, nel suo contributo Giovanni Gronchi e il Mediterraneo negli anni ’50: dalla Crisi di Suez alle relazioni politiche – economiche con la Libia, presentato al convegno Giovanni Gronchi e la politica estera italiana, 1955-1962, svoltosi a Pontedera (Pisa) il 13 e il 14 novembre scorsi.

“Le compagnie petrolifere inglesi e americane -si legge nel documento- appena appreso che l’Agip stava firmando un accordo per l’ottenimento di concessioni in Libia, avevano minacciato il governo di interrompere le loro trivellazioni nel paese arabo se l’Eni o le sue consociate fossero entrate nel mercato del petrolio libico”. “La ragione principale di questo boicottaggio -scrive Cricco- era l’importanza strategica per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna di trovare e monopolizzare una fonte importante di petrolio a ovest del canale di Suez, prospettiva troppo allettante perché potesse essere messa in difficoltà dalla concorrenziale formula Mattei”.

Non è un mistero che le grandi compagnie sopportassero malvolentieri Enrico Mattei, allora presidente dell’Ente nazionale idrocarburi. Nel corso del 1957, infatti, Mattei sconcertò il mondo del petrolio sottoscrivendo un contratto di concessione in Iran con National Iranian Oil Company (Nioc) che ripartiva gli utili attribuendone il 75% alla compagnia iraniana e il 25% all’Eni. L’accordo fu stipulato il 14 marzo tra l’Agip e la Nioc. Veniva istituita una società paritetica, la Société Irano-Italienne del Petroles (la Sirip). L’Iran avrebbe intascato il 50% degli utili della Sirip a titolo di prelievo fiscale e il 50% degli utili al netto delle tasse. Era la prima volta che ad un paese produttore veniva riconosciuto, praticamente, il 75% degli utili mentre la compagnia petroliera straniera si “accontentava ” del 25% (Yergin, Il premio, Sperling&Kupfer, 1991, p. 426; Maugeri, L’arma del petrolio, Loggia de’ Lanzi, 1994, p.142).

Le condizioni del contratto di concessione lasciarono a bocca aperta le altre compagnie petrolifere già presenti in Medio Oriente. Fino a quel momento il contratto di concessione in tutta l’area era il cosiddetto fifty-fifty: 50% dei profitti al produttore, 50% dei profitti alla compagnia. Era così dal 1950, quando le quattro major del consorzio Aramco (Standard Oil of New Jersey, Socony-Vacuum, Standard Oil of California e Texaco) dovettero rinegoziare le loro concessioni con l’Arabia saudita. La formula Mattei del 75-25 destabilizzava il nuovo equilibrio tanto faticosamente trovato.

Non stupisce quindi che la prima richiesta italiana di ottenere una concessione petrolifera in Libia trovasse opposizioni. “La richiesta fu presentata nel maggio del 1957 dall’Agip mineraria -scrive Cricco- per tre aree nel deserto nel Fezzan. Il governo libico, sotto la pressione delle compagnie angloamericane, la rifiutò, adducendo il pretesto che l’Agip mineraria era una azienda proprietaria dello Stato e che invece le concessioni dovevano essere assegnate a aziende private”. L’Eni non sia arrese. Nel 1958 costituì la Cori (Compagnia ricerca idrocarburi, formalmente privata anche se partecipata al 90% da Agip e al 10% da Snam progetti) e il 19 novembre del 1959 ottenne la concessione numero 82 nel deserto cirenaico, tra le oasi di Gialo e Jagbub. La Cori applicava la regola del fifty-fifty, applicando royalties molto vantaggiose per il governo libico, a cui lasciava la possibilità di associarsi per il 30% a qualunque scoperta fatta. Si avviava così “quella importante collaborazione tecnica , economica e commerciale con il governo libico che si è protratta , attraverso 42 anni del regime di Muhammar Gheddafi, fino ad oggi” conclude Cricco.

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