Il gigante debole è il paese più popolato di tutto il Medio oriente con 89,6 milioni di abitanti. Ha le forze armate più numerose e meglio equipaggiate tra tutti i paesi arabi, con 450mila effettivi e moderni sistemi d’arma di provenienza americana, francese, inglese. Ma l’economia è alle prese con la mancanza di valuta estera e il processo di transizione istituzionale non è ancora concluso. Violenze tra laici e islamisti attraversano il paese e gruppi terroristici vicino allo Stato islamico sono attivi nel Sinai. Le opposizioni e ogni voce dissidente sono represse. E c’è la possibilità il prossimo 25 gennaio il popolo possa tornare in piazza, come cinque anni fa, quando iniziarono le grandi manifestazioni di protesta contro il regime del presidente Mubarak.

Dopo le dimissioni di Mubarak e il collasso del suo regime (gennaio 2011) che aveva governato l’Egitto per trent’anni, le elezioni del 30 giugno 2012, portano alla presidenza del paese Mohamed Morsi, candidato del partito Libertà e Giustizia (espressione della Fratellanza musulmana). È  il primo presidente non espressione dei circoli militari che nel 1953 proclamarono la Repubblica egiziana mettendo fine alla monarchia.

Alla prova del governo, Morsi si scontra con la difficoltà a tenere unita la società egiziana  e invece di frenare la polarizzazione tra laici e islamisti contribuisce ad esacerbarla, chiudendo  ad ogni rivendicazione dei settori più tradizionalmente legati alle istituzioni repubblicane, come la magistratura e gli ambienti militari. Tornano a crescere le tensioni politiche e, a partire dal giugno 2013, le  manifestazioni anti Morsi sono la premessa al colpo di stato dei militari del 3 luglio 2014, che porta al potere quale presidente ad interim Adly Mansour.

L’Egitto intraprende così un processo di transizione istituzionale articolato in tre fasi elettive. La prima si svolge a gennaio 2014 con il il referendum sulla nuova costituzione repubblicana. Ai seggi si reca appena il 38,6% degli aventi diritto e la costituzione passa con una percentuale pari al 98,1% dei votanti. La seconda tappa sono le elezioni presidenziali del giugno 2014, vinte da Abd al-Fattah al-Sisi con quasi il 97% dei voti. La terza fase sono le elezioni parlamentari, che si sono concluse nel dicembre scorso con un’affluenza anche in questo caso molto bassa e l’elezione di un parlamento nei fatti senza opposizione.

Già dal novembre scorso gli organi di informazioni egiziani riferiscono di diverse campagne di mobilitazione per nuove dimostrazioni di massa da organizzare per il 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione. (Ifi Advasory, 4 nov, rassegna stampa).

Il governo risponde con la repressione: chiusura di numerose pagine facebook e account twitter anti regime, ispezioni negli uffici da cui sono amministrati vari siti internet indipendenti poi chiusi anche essi, e arresti di attivisti critici verso il regime. Il ministero dell’interno giustifica tali azioni affermando che le persone arrestate e le attività da esse condotte incitavano alla rivolta contro le istituzioni statali e diffondevano l’ideologia della Fratellanza musulmana.

Da quando al-Sisi é al potere la repressione del dissenso diventa istituzionalizzata. Attraverso una serie di leggi introdotte per decreto sono vietato proteste pubbliche e assembramenti con più di dieci persone, attribuiti alla polizia poteri speciali in stato di emergenza, ampliata la giurisdizione dei tribunali militari sui civili. Si stima che circa 40mila persone siano incarcerate, per la maggior parte membri della Fratellanza musulmana, posta fuori legge nel 2013, ma anche rappresentanti dei movimenti liberali e laici. Non solo. Nell’agosto 2015 il governo approva nuove norme anti terrorismo adottando una definizione di atti terroristici così vaga ed estesa che lascia ampia discrezionalità nella sua applicazione, al punto che ogni attività politica o civile invisa al regime può essere additata come terroristica e quindi repressa. La stessa legge, come riporta Humam Rights Watch “introduce pene per i giornalisti i cui reportage non sono in accordo con le versioni ufficiali e conferisce ai procuratori poteri più ampi per arrestare e sorvegliare possibili sospettati di terrorismo”.

La rivoluzione del 2011 ha rappresentato una brutta battuta d’arresto per l’economia del paese, e anche negli ultimi mesi del 2015 la situazione economica ha continuato a deteriorarsi. L’ Egitto ha seri problemi monetari. Dal 2011 la fiducia degli investitori è sempre rimasta debole e accompagnata da un calo inesorabile delle riserve di valuta estera. A settembre 2015 esse erano pari a 16,4 miliardi di dollari, appena sufficienti a coprire tre mesi di importazioni e ben lontano dai 36 miliardi a cui ammontavano alla fine del 2010, prima della rivoluzione.

Le attività terroristiche condotte dallo Stato islamico nel Sinai e l’incidente aereo, anch’esso rivendicato da Daesh, del 31 ottobre scorso in cui sono morti 224 passeggeri provenienti da Sharm el Sheik, hanno fatto calare l’attività del settore turistico, che contribuisce per il 10% al Pil nazionale e per oltre il 20% alle riserve di valute straniere.

Il calo di valuta estera ha provocato il deprezzamento della lira egiziana e l’aumento dell’inflazione: a ottobre 2015 è salita al 9,7% e a novembre 2015  all’11,1%. I beni di consumo importati dall’estero sono diventati più cari, compresi molti prodotti alimentari di base fondamentali a sfamare una popolazione di oltre 85 milioni di persone, e gli stipendi hanno perso potere di acquisto.

L’Egitto si trova così a dipendere dal piano di aiuti finanziario che proviene dai paesi del Golfo Persico, in particolare Arabia saudita ed Emirati arabi. Come si legge nella scheda richio paese del Sace, nel settembre 2015 “l’Arab Monetary Fund ha sottoscritto con la Banca centrale egiziana un nuovo prestito da 339 milioni di dollari. Il prestito è finalizzato al rafforzamento della governance sul settore bancario da parte della Banca centrale. La linea di credito costituisce il tredicesimo intervento del fondo arabo a favore del paese, per un ammontare totale di 1,6 miliardi di dollari, cui vanno aggiunti i 1,9 miliardi di dollari concessi dall’Arab Trade Financing Program”.

Anche gli Stati uniti sostengono l’ Egitto dal punto finanziario con aiuti annuali da 1,3 miliardi di dollari. L’ Egitto è da tempo un interlocutore strategico per Washington in Medio oriente, e oggi lo è  a maggior ragione per combattere il terrorismo. Ecco spiegato perché, nonostante si sia registrato un raffreddamento della partnership con gli Stati Uniti, il nuovo regime di Al Sisi abbia comunque vista sbloccata la fornitura, nel dicembre 2014, degli elicotteri Apache da utilizzare contro le organizzazioni terroristiche attive nel Sinai.

L’ammodernamento del Canale di Suez (anch’esso fonte di valuta estera e completato nell’agosto 2015), non ha portato i benefici sperati, colpa soprattutto del calo generale dei traffici marittimi. Gli introiti del canale del settembre 2015 sono diminuiti del 4,4% rispetto al settembre 2014.

La scoperta del giacimento di gas naturale di Zohr, nell’off shore egiziano, fatta dall’Eni nell’agosto 2015, ha consegnato all’Egitto le chiavi del più grande deposito di gas mai rilevato nel Mediterraneo. La capacità stimata del pozzo è di 850 miliardi di metri cubi, tale da coprire la domanda di gas naturale dell’Egitto per almeno 10 anni. Lo sviluppo commerciale del giacimento, tuttavia, richiederà ancora un paio d’anni.

L’Egitto oggi è un paese vulnerabile. Nel breve termine la sua economia dipenderà ancora dagli aiuti finanziari esterni di Stati uniti, Arabia saudita e Emirati arabi, che hanno tutta la convenienza ad avere come alleato la forza militare più consistente della regione. Il regime di Al-Sisi sta cercando di aumentare il proprio consenso tra la popolazione sia attraverso il rilancio di grandi opere pubbliche capaci di attrarre investimenti dall’estero, sia reprimendo le opposizioni politiche. Il presidente al-Sisi e i militari che lo sostengono devono individuare un modello di crescita economica capace di redistribuire redditi e servizi ai milioni di abitanti che sovraffollano le rive del Nilo tra Il Cairo e Alessandria. Altrimenti non basteranno le misure anti terrorismo e gli stati di emergenza per impedire che gli egiziani, come hanno già fatto il 25 gennaio del 2011, tornino a occupare le piazze.

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