“Il conflitto libico è multidimensionale e complesso. La dimensione politica non può essere trattata separatamente dalla dimensione economica, ed entrambi sono dipendenti dalla dimensione della sicurezza. La comunità internazionale non deve ripetere l’errore dello scorso dicembre, quando ha deciso di portare avanti un accordo politico con una preparazione insufficiente, annunciando un governo di unità nazionale quando tale unità non c’era”.

Ad affermarlo è Claudia Gazzini, senior analyst dell’International Crisis Group, ascoltata lo scorso 3 marzo dalla Commissione affari esteri del Senato degli Stati Uniti sulla situazione in Libia e suoi possibili sviluppi.

“Mentre la maggior parte dei diplomatici stranieri erano e rimangono ottimisti sulle possibilità di successo dell’accordo politico libico (il cosiddetto LPA, firmato sotto l’egida dell’Onu lo scorso dicembre in Marocco, ndr), il Crisis Group ha una visione più critica delle potenzialità dell’accordo -ha detto Grazzini- perchè riteniamo che l’LPA non abbia sufficiente credito nel paese e che spingere per la sua realizzazione senza un più ampio supporto delle elite libiche lo condannerebbe al fallimento e potrebbe far peggiorare nettamente la situazione del paese”.

L’accordo politico libico è infatti in stallo, ha argomentato Gazzini. “In governo di accordo nazionale non è ancora stato costituito (…) il consiglio di presidenza -un comitato di nove persone tra cui il primo ministro designato, Fayez Sarraj, con il compito di proporre il nuovo governo unico- continua a lavorare fuori dalla Libia, prima dalla Tunisia e più di recente dal Marocco. Un considerevole numero di membri dei due parlamenti rivali continua a opporsi ai termini del LPA. Alcuni esponenti libici che hanno appoggiato la proposta delle Nazioni unite ora stanno chiedendo il suo azzeramento. In breve, la Libia rimane un paese diviso e le possibilità di attuare l’accordo sostenuto dalle Nazioni unite restano scarse”.

L’economia della Libia sta raggiungendo un punto critico -ha proseguito Gazzini- il paese è ricco di petrolio, ma nel corso degli ultimi due anni e mezzo attacchi ai campi petroliferi, agli oleodotti e agli impianti di esportazione hanno drasticamente ridotto la produzione – da oltre 1,8 milioni di barili al giorno nel primi mesi del 2011 ai circa 300.000 barili al giorno di oggi. Insieme con il calo dei prezzi mondiali del petrolio, ciò si traduce in un deficit pubblico che cresce di 2-3 miliardi di dollari al mese. Il che significa che la Libia sta rapidamente prosciugando le proprie riserve di valuta estera, stimate ad oggi tra i 50 e i 60 miliardi di dollari, meno della metà di quello che erano solo due anni fa”.

“Il paese conosce continue crisi di liquidità -ha illustato l’esperta- il carburante e le medicine sono difficili da trovare perchè la Libia è fortemente dipendente dalle importazioni per entrambi questi beni. Lo stesso vale per il cibo. I dinaro libico vale un terzo del tasso ufficiale sul mercato nero delle valute, e il costo della vita è aumentato drammaticamente. Il contrabbando – dei beni, ma anche di armi e persone – è fiorente, come lo è la corruzione. In breve, una economia di guerra parallela sta prendendo il sopravvento, mentre lo stato va verso la bancarotta”.

“Le due più importanti istituzioni finanziarie statali – la Banca centrale e la compagnia petrolifera nazionale (la NOC)- sono fisicamente sotto il controllo delle autorità di Tripoli, ma il governo di Tobruk ha istituito una propria banca nazionale e una propria compagnia petrolifera nazionale parallele. Nei tribunali internazionali le due parti continuano a contendersi il patrimonio della terza entità finanziaria principale del paese, ovvero il fondo sovrano statale LIA (Libyan Investment Authority).

“Anche la situazione della sicurezza è terribile – ha affermato Gazzini- con le due coalizioni militari rivali (“Alba libica” a ovest e “Dignità” a est, alleate rispettivamente con il parlamento di Tripoli e il parlamento di Tobruk) che sono diventate sempre più frammentate, e le cui leadership sono contestate dall’interno. A ovest le fratture corrono tra i gruppi che sostengono l’accordo proposto dall’Onu e quelli contrari. Lo stesso vale anche all’interno delle cosiddette Forze armate libiche (LNA), che operano in Libia orientale. (…) Un certo numero di comandanti locali hanno rotto con il leader del LNA, il generale Khalifa Haftar, che è stato uno dei principali ostacoli per i negoziati di pace. Queste divisioni possono essere capitalizzate per formare un blocco moderato che voglia la fine del conflitto, tuttavia occorre precedere con cautela: una maggiore frammentazione potrebbe favorire conflitti locali, soprattutto se i vicini della Libia continueranno a vedere il paese come il teatro dello scontro tra le proprie rivalità. Nonostante l’embargo delle Nazioni Unite, nuove armi da fuoco e munizioni continuano ad entrare nel paese, fornite dalle potenze regionali che appoggiano l’uno o l’altra attore. L’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti in particolare, hanno presumibilmente continuato a fornire supporto al generale Haftar, mentre la Turchia e il Qatar hanno in passato fornito supporto alle milizie della Libia occidentale”.

Tra i gruppi fondamentalisti islamici il più preoccupante è lo Stato Islamico “che ha fatto importanti progressi in Libia nel 2015 e vede il paese come il suo principale nuovo fronte fuori dall’Iraq e dalla Siria” ha spiegato l’analista del Crisis Group. “Gruppi affiliati allo Stato islamico sono riusciti a costruire una base nella città di Sirte, ex roccaforte di Gheddafi, e hanno ampliato il controllo del territorio di 200 km ad est della città, verso i principali terminal per l’esportazione del petrolio greggio del paese. Sostenitori dello Stato islamico controllano alcuni quartieri di Bengasi, la più grande città orientale della Libia, e sono presenti nella periferia di Derna. Hanno anche effettuato attacchi mortali nella zona ovest del paese e si ritiene che cellule dello Stato islamcio siano presenti a Sabratha, Bani Walid, Jufra”.

Un intervento militare internazionale in Libia per contrastare lo Stato islamico “deve essere discreto, misurato -ha auspicato Gazzini- e legato a una strategia politica volta a unire le fazioni libiche in un unico governo. Questo deve rimanere l’obiettivo primario. Una campagna aerea e terrestre su larga scala potrebbe probabilmente creare più problemi di quanti ne risolverebbe, in particolare se fosse percepita come a supporto di una delle parti in conflitto” o come un’occupazione straniera della Libia senza una richiesta formale di intervento e porterebbe quasi certamente ad una rivolta nazionalista.

“Qualsiasi azione efficace contro lo Stato islamico -si legge nella relazione di Gazzini- richiede alleati locali: questo dovrebbe essere uno sforzo condotto principalmente dai libici. Il modo migliore per garantire ciò è di incoraggiare il dialogo tra gli attori della sicurezza in Libia. Come ho detto prima, questo è stato un elemento dolorosamente mancante nei negoziati condotti dalle Nazioni Unite nel corso dell’ultimo anno, ed è più che mai necessario”.

“Accordi di sicurezza e negoziati politici devono andare di pari passo, e non trattati come due processi separati”. “Fino ad oggi, i disaccordi sugli assetti da dare alla sicurezza e sulle nomine della maggiori cariche militari hanno continuato a minare gli sforzi per formare un governo di accordo nazionale libico”. “Il conflitto libico è multidimensionale e complesso. La dimensione politica non può essere trattata separatamente dalla dimensione economica, ed entrambi sono dipendenti dalla dimensione della sicurezza. La comunità internazionale non deve ripetere l’errore dello scorso dicembre, quando ha deciso di portare avanti un accordo politico con una preparazione insufficiente, annunciando un governo di unità nazionale quando tale unità non c’era”.

“Né forzando un accordo politico, né attuando una strategia antiterrorismo si avrà successo in Libia se i due sforzi sono condotti in modo separato -ha concluso Gazzini- servono piuttosto sforzi simultanei per superare le fratture economiche della Libia, ricucire la fratture nel frammentato panorama della sicurezza, e costruire la fiducia nel futuro goveno di unità nazionale. Solo sforzi simultanei in tutte queste direzioni possono preparare il terreno per un accordo inclusivo, costruttivo e duraturo e garantire il ritorno ad una Libia unita e pacificicata”.

La relazione di Gazzini

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