Dal 2011 il Medio Oriente e il Nord Africa attraversano una profonda crisi di sistema regionale. L’equilibrio del cosiddetto MENA (Middle East and North Africa) si basava sulla permanenza al potere dei vecchi regimi arabo-nazionalisti per che mezzo secolo hanno governato paesi strategici per la regione, come l’Iraq, la Siria e l’Egitto, ma anche la Libia e la Tunisia. L’intervento statunitense in Iraq nel 2003 e poi le cosiddette “primavere arabe” hanno fatto cadere i vecchi oligarchi e innescato la transizione verso un nuovo equilibrio nell’area.

La guerra allo Stato islamico, la guerra settaria in Iraq, la guerra civile in Siria e in Yemen, l’implosione della Libia, la fragilità dell’Egitto sono le manifestazioni storiche di questa transizione in atto. Tutti gli attori dell’area vogliono governare queste crisi a proprio vantaggio, perchè la loro forza nel nuovo equilibrio regionale dipenderà da come, e se, queste crisi saranno affrontate e risolte.

Come in ogni processo di transizione da un equilibrio all’altro, ci sono attori che vogliono cambiare i vecchi rapporti di forza e attori che vogliono conservarli. Le potenze “conservatrici” sono l’Arabia saudita, gli Emirati arabi uniti e l’Egitto. Le potenze “per il cambiamento” sono l’Iran (con Hamas ed Hezbollah), la Turchia, il Qatar e la Fratellanza musulmana. E’ questo conflitto di potere, politico prima che religioso o etnico, che spiega più degli altri le dinamiche in atto.

Spiega perchè gli Stati uniti, da decenni la potenza globale egemone nella regione, appoggino l’asse conservatore e abbiano rapporti critici con la Turchia, nonostante quest’ultima sia loro alleata nella Nato.

Spiega perchè la Russia, da cinquant’anni tagliata fuori dal Medio oriente, appoggi l’asse del cambiamento e sia decisa a non lasciare da solo il suo alleato più fidato nell’area, gli Assad di Siria.

Spiega perché l’imminente sconfitta dello Stato islamico in Siria, Iraq e Libia non porterà alla rapida stabilizzazione dei tre paesi, che rischiano di rimanere i fronti aperti del confronto Iran-Arabia saudita.

Spiega infine le recenti torsioni nella politica estera della Turchia. Il paese è guidato da un partito espressione della Fratellanza musulmana e al contempo è membro della Nato. Tuttavia gli alleati europei e americani non hanno supportato in modo chiaro Erdogan durante il fallito colpo di stato dello scorso luglio. Il presidente turco ha cercato, e ottenuto, appoggio internazionale dalla Russia ma al prezzo di cambiare la propria posizione su Bashar al-Assad in Siria: da dittatore e nemico del popolo siriano a interlocutore indispensabile per gli equilibri della regione. Non solo. Le azioni militari turche contro le avanzate dei curdi in Siria sono in contrasto con la coalizione anti-Isis guidata dagli Stati uniti e di cui fanno parte sia la Turchia sia i curdi.

Non stupisce quindi che nelle agende dei governi del MENA la prima questione da affrontare sia la sicurezza e che nel 2015 la spesa per armamenti nella regione abbia continuato ad aumentare rispetto al 2014.

Secondo i dati del Sipri di Stoccolma, in Nord Africa l’unico stato che ha diminuito le spese militari è anche il più periferico, ovvero il Marocco: -7,6%. Aumentano invece le spese militari dell’Algeria con +5,2%, ma soprattutto della Tunisia con +16,9%. Quest’ultimo dato è facilmente spiegabile con la duplice minaccia che Tunisi sta fronteggiando: sia a livello interno dopo l’attentato terroristico al museo del Bardo; sia a livello esterno, dopo l’implosione della confinate Libia (paese per il quale non sono disponibili dati sulle spese militari nel 2015).

Nel Medio Oriente nel suo complesso (che secondo la metodologia del Sipri comprende anche l’Egitto) è più difficile stabilire la variazione delle spese militari tra il 2014 e il 2015. Mancano infatti i numeri di Kuwait, Qatar, Siria ed Emirati arabi uniti. Sulla base dei dati disponibili per gli altri stati, il Sipri calcola comunque un aumento di spesa per gli armamenti pari al 4,1%.

L’Arabia saudita è di gran lunga il paese che si è armato di più nella regione. Nel 2015 ha speso in armi 85,3 miliardi di dollari, il + 5,7% in più rispetto al 2014, il doppio rispetto al 2006. Il Sipri calcola che solo l’intervento in Yemen nel 2015 sia costato ai sauditi 5,3 miliardi di dollari.

Continua poi il riarmo dell’Iraq: nel 2015 ha speso 12,8 miliardi di dollari, il 35,3% in più rispetto al 2014, il 536% in più rispetto al 2006. Motivo: il paese ha dovuto ricostruire il proprio esercito dopo il ritiro delle truppe statunitensi e sta fronteggiando la guerra all’Isis sul proprio territorio.

Le spese militari sono aumentate del 5,4% in Egitto, del 4% in Giordania, dell’1,5% in Libano. Più bassi gli incrementi dell’Iran e della Turchia, entrambi dello +0,6%, mentre Israele ha diminuito la spesa in armamenti del 3,2%.

Le spese in armamenti, però, non hanno alcun ritorno benefico sulle economie dell’area mentre ai governi servono più cibo, più energia, più infrastrutture, più servizi, più investimenti. E anche nuovi modelli politici per allargare la propria base di legittimità. In altre parole, come scrivono Florence Gaub e Alexandra Laban nel report Arab futures: three scenarios for 2025  (cui si devono gran dei dati riportati in questo post) occorrono riforme economiche e politiche. Per tre ragioni.

Dal punto di vista sociale, nei paesi del MENA la popolazione passerà dagli attuali 357 milioni di abitanti ai 468 milioni nel 2025; l’urbanizzazione crescerà dal 56% del 2015 al 61% nel 2020; nel 2025 il tasso di alfabetizzazione sarà del 90% e internet raggiungerà il 50% della popolazione. Fenomeni che porteranno con sè una maggiore e più diffusa richiesta di partecipazione politica.

Dal punto di vista ambientale, il riscaldamento globale sta desertificando ancora di più un territorio dove le risorse idriche sono già scarse per natura. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change, la temperatura nel Mediterraneo meridionale è destinata ad aumentare fino a due gradi entro il 2025 e il livello del mare a salire tra i 10 e i 30 centimetri entro il 2050, con effetti devastanti sul rendimento agricolo della regione e sulle città costiere, dove vive la stragande maggioranza della popolazione.

Dal punto di vista economico, nessuno stato arabo è autosufficiente per quanto riguarda la produzione di cibo. Poichè i costi di produzione della catena agro-alimentare sono fortemente influenzati dal prezzo dell’energia, ogni incremento nel prezzo del petrolio farà crescere il costo dei cibi importati. A farne le spese saranno gli strati più deboli della popolazione in particolare nei paesi più popolosi e privi di rilevanti risorse energetiche, come l’Egitto. Con il risultato che saranno più probabili “rivolte per il pane”, come quella scoppiata in Tunisia nel 2011 e che ha dato il via alle “primavere arabe”.

Le economie forti della regione continuranno a dipendere dall’esportazione degli idrocarburi e di conseguenza dalla volatilità del loro prezzo a breve e a lungo termine.

Ma il vero problema di fondo è la disoccupazione giovanile. Nel 2011 il tasso di disoccupazione giovanile in Medio Oriente era al 26%, nel 2014 è passato al 27,9% e nel 2018 si stima che raggiungerà il 28,6%. Nel North Africa, il tasso era al 28,1% nel 2011 e diventerà del 29,5% nel 2018.

Nonostante il Pil dei paesi arabi sia cresciuto costantemente nell’ultimo decennio, ciò non si è tradotto in nuovi posti di lavoro. Molti dei paesi più popolosi del MENA hanno seri problemi di bilancio, come l’Egitto, o di sicurezza come l’Iraq, e sono in forte difficoltà a finanziare politiche sociali di contrasto alla disoccupazione.

Il rischio concreto è che l’alta disoccupazione tra i giovani all’interno del quadro sociale appena descritto inneschi potenti rivendicazioni sociali, che possono tramutarsi sia nella polarizzazione del confronto politico, sia nella radicalizzazione verso il terrorismo islamico.

Ecco allora il dilemma dei governi arabi nell’era della transizione: dare priorità alla sicurezza o alle riforme? Nel breve periodo, fino a quando continueranno i conflitti in Libia, Siria, Iraq e Yemen sarà la sicurezza ad avere la precedenza. Tuttavia, le crisi della regione sono il risultato di dinamiche sociali ed economiche al lavoro da decenni e se non saranno affrontate per tempo genereranno altri “mostri” che spingeranno a nuove spese militari.

In molti guardano al modello Tunisia. Se questo esempio sarà capace di influenzare il confronto tra potenze “conservatrici” e potenze “del cambiamento” o ne resterà vittima è ancora presto per dirlo. Ma se la Tunisia sarà il primo stato arabo a passare dai tumulti della primavera araba ad una democrazia compiuta, tutto il MENA avrà a disposizione un esempio concreto di soluzione democratica al processo di transizione in atto.

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