Le trattative di pace condotte dalle Nazioni unite in Libia sono bloccate ed è arrivato il momento di ripensare la roadmap tracciata nel dicembre 2015 dagli accordi di Skhirat.

Lo sostiene il report The Libyan Political Agreement: Time for a Reset pubblicato il 4 novembre scorso dall’International Crisis Group di Bruxelles. Quaranta pagine per spiegare che cosa non funziona, quali sono i punti deboli, quali restano le divisioni sul campo e come salvaguardare il dialogo comunque avviato.

Per capire lo stallo in cui si trova il dialogo politico in Libia occorre partire dal 2014. A giugno le elezioni per il rinnovo del Consiglio nazionale generale (il General National Council , o GNC, il parlamento libico eletto nel 2012) sanciscono la sconfitta delle forze rivoluzionarie di ispirazione islamista. Il nuovo parlamento eletto prende il nome di Camera dei rappresentanti (House of Rapresentatives, o HoR) ma a luglio le milizie rivoluzionarie islamiste, legate al vecchio GNC, lanciano l’operazione “Alba libica” e ottengono il controllo di Tripoli. In agosto molti membri della HoR si riuniscono a Tobruk, nell’est della Libia, sotto la protezione dell’Esercito nazionale libico, guidato dal generale Haftar e appoggiato all’Egitto. A novembre 2014 la Corte costituzionale di Tripoli invalida le elezioni e il paese si ritrova così con due parlamenti: il GNC a Tripoli, rivoluzionario, anti-gheddafiano e filo islamista, e la HoR a Tobruk, laica-nazionalista ma soprattutto riconosciuta dalla comunità internazionale come parlamento legittimo.

Le Nazioni unite provano a ricucire la frattura con trattative di pace che, come si legge nel report, “includono i rappresentanti dei due parlamenti rivali cui si uniscono in seguito varie personalità indipendenti. Le Nazioni unite sviluppano negoziati paralleli con i rappresentanti dei gruppi armati, dei partiti politici, delle municipalità, delle donne e delle organizzazioni della società civile”.

Intanto, però: la situazione economica e sociale della Libia continua ad essere drammatica; GNC e HoR avviano negoziati bilaterali alternativi a quelli sponsorizzati dalle Nazioni Unite; lo Stato islamico occupa stabilmente la città di Sirte; gli stati dell’Europa meridionale sono investiti da flussi di profughi e migranti provenienti dalle coste libiche; nel novembre 2015 Parigi subisce gravi attentati terroristici. In altre parole, non c’è più tempo per negoziare. Occorre un accordo con chi è disponibile.

Il risultato è l’accordo di Skhirat, in Marocco, firmato il 17 dicembre 2015, tra la maggioranza dei 23 negoziatori coinvolti dalle Nazioni unite, una sorta di “coalizione dei volenterosi”. L’accordo, però, ha solo un consenso basso nei due parlamenti e nullo tra le fazioni militari.

A Skhirat si prevede l’istituzione di un Consiglio presidenziale in carica fino alla nomina di un Governo di accordo nazionale. A capo del Consiglio presidenziale viene posto Faiez al-Serraj, un ex membro della HoR. L’accordo, per entrare in vigore, deve ottenere la ratifica della HoR, a seguito della quale al-Serraj sarà designato primo ministro del Governo di accordo nazionale. L’unico parlamento in carica sarà la HoR mentre i membri più influenti del GNC confluiranno nell’Alto consiglio di stato, un organo consultivo con il potere di veto sulle nomine delle più importanti cariche del paese.

Tra i poteri del Consiglio presidenziale ci sono anche quelli di nominare il Comitato temporaneo sulla sicurezza, che deve garantire la sicurezza del Consiglio presidenziale a Tripoli , preparare il cessate il fuoco e il disarmo delle milizie.

Ad opporsi a queste condizioni sono i leader più influenti del GNC e della HoR. I primi trovano troppo limitati i poteri dell’Alto consiglio di stato, i secondi non condividono le misure in tema di sicurezza e politica militare. Riserve restano in entrambi i campi sulla composizione del Governo di unità nazionale. Fieri oppositori dell’accordo sono i principali gruppi armati del paese, in particolare le milizie della Libia occidentale e le forze militari guidate dal generale Haftar nell’est del paese.

L’accordo di Skhirat riceve comunque il forte appoggio di Stati uniti, Regno unito, Francia, Germania, Italia, Spagna e Unione europea, che riconoscono il governo di al-Serraj, di fatto, come l’unico della Libia. Russia ed Egitto assumono un atteggiamento più defilato.

Passano alcuni mesi e a marzo 2016 al-Serraj arriva a Tripoli. Solo una parte delle milizie islamiste della capitale si schierano a favore del nuovo arrivato. Il controllo della città da parte del Consiglio presidenziale resta perciò debole, con molti ministeri nelle mani delle milizie islamiste ancora fedeli al vecchio GNC. La strategia di Skhirat scricchiola. Se il Consiglio presidenziale non ha nemmeno la capacità di controllare Tripoli, allora vuol dire che la sua legittimità si basa solo sull’appoggio delle potenze occidentali. Ciò lo rende un interlocutore facilmente attaccabile da chi, a Tripoli e a Tobruk, ne avversa l’arrivo. Impossibile quindi che gli attori esclusi dall’accordo di Skhirat possano tornare al tavolo delle trattative e altrettanto impossibile  aspettarsi che la HoR voti la fiducia al Consiglio.

A maggio si tiene la conferenza di Vienna sulla Libia. La comunità internazionale è divisa su come trattare con la HoR e con Haftar. Stati uniti e Regno unito spingono per attuare la road map di Skhirat anche senza l’avallo della HoR. Russia, Egitto ed Emirati arabi uniti continuano a ritenere il voto di fiducia della HoR come fondamentale.

La necessità di contrastare il terrorismo islamista spinge la Francia ad offrire i propri servizi di intelligence ad Haftar per conquistare la città di Bengazi, governata da gruppi estremisti islamici. Anche gli Stati uniti dispiegano forze di intelligence a Tripoli e il Regno unito a Misurata. L’Unione europea estende il mandato della missione Euronav Med e della Eubam. L’Italia si assume l’impegno di coordinare la missione di addestramento delle forze militari, la Liam, ma data l’impossibilità del Consiglio presidenziale di controllare l’esercito, l’operazione non ha mai preso avvio e a settembre il parlamento decide l’impiego di 300 soldati a difesa di un nuovo ospedale militare italiano a Misurata.

A giugno milizie islamiste di Misurata, dalla Libia occidentale lanciano l’operazione al Bunyan al Marsus (“Edificio impenetrabile”) contro lo Stato Islamico a Sirte. L’operazione è appoggiata da bombardamenti statunitensi e costringe lo Stato islamico a rintanarsi nel quartire di Ghiza Bahriya.

A settembre Haftar prende il controllo della cosiddetta “Mezzaluna del petrolio”, ovvero il complesso di pozzi, oleodotti, gasdotti e porti che garantisce l’estrazione, il trasporto e l’esportazione del gas e del petrolio dell’entroterra della Cirenaica.

Si crea così il rischio concreto che le forze di Haftar dalla “Mezzaluna” entrino in contatto con le milizie islamiste che combattono lo Stato islamico a Sirte, dando luogo ad un conflitto armato che farebbe crollare qualsiasi possibilità di riportare la stabilità nel paese ancora per molto tempo.

Dato questo stato di cose “mettere in pratica l’accordo di Skhirat è impossibile” si legge nel report. Per far ripartire i negoziati serve una nuova formula che includa anche gli attori militari, ormai padroni del campo. Sotto questo punto di vista occorre che gli stati alleati di Haftar e gli stati alleati di al-Serraj intervengano di concerto. Stati uniti, Regno unito, Italia, Algeria, Turchia e Qatar devono dissuadere le milizie di Misurata dal proseguire verso la Cirenaica le operazioni rivolte contro lo Stato islamico a Sirte. Russia, Egitto, Emirati arabi uniti devono pressare Haftar affinché si astenga dall’allargare il proprio raggio d’azione verso Tripoli. A quel punto occorrerà riaprire le trattative. Haftar e la HoR dovranno smettere di accusare al-Serraj e il suo Consiglio di presidenza di essere un fantoccio dell’occidente o condizionato dai Fratelli musulmani, e al-Serraj dovrà offrire ad Haftar e alla HoR maggiori garanzie in materia di sicurezza.

“Recuperare una soluzione politica -conclude il report- richiede di avere a che fare con la Libia reale, frammentata e profondamente frustrata, non con quella che desidereremmo avere al suo posto”.

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