“Il supporto della Russia per Khalifa Haftar in nome della lotta al terrorismo può inasprire il conflitto in Libia e minare il processo politico di stabilizzazione”. E’ quanto scrivono Tarek Megerisi e Mattia Toaldo nel loro articolo Russia in Lybia, A Driver for Escalation? pubblicato per la Carnegie Endowement for International Peace. Secondo i due analisti, l’appoggio russo potrebbe rendere del tutto privo di senso per  Haftar negoziare con il Consiglio presidenziale di Tripoli sponsorizzato dalle Nazioni unite.

E’ ormai chiaro che la Russia abbia assunto un ruolo di attore protagonista in Libia. Negli ultimi mesi Mosca ha sempre più appoggiato il blocco nazionalista raccolto attorno alla Camera dei rappresentanti di Tobruk, e in particolare il suo uomo forte, il generale Khalifa Haftar, capo dell’Esercito nazionale libico.

La situazione in Libia è nota. Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, le varie fazioni rivoluzionarie hanno continuato a combattere tra loro impedendo il ritorno alla stabilità. Le elezioni del 2014 per comporre il nuovo parlamento (la Camera dei rappresentanti) hanno visto prevalere le forze più moderate e arabo-nazionaliste della rivoluzione, favorevoli ad uno stato governato da leggi proprie e non dalla legge islamica. Dal voto sono uscite sconfitte le forze rivoluzionarie più oltranziste, più anti-gheddafiane e più vicine ai movimenti dell’islam politico che prima hanno costretto la Camera dei rappresentanti a lasciare Tripoli e a riparare a Tobruk, sotto la protezione dell’Esercito nazionale libico, poi  hanno reinsediato il vecchio parlamento, il Congresso nazionale generale, dove gli islamisti avevano la maggioranza. La Libia si è trovata così con un parlamento a ovest, a Tripoli, e un parlamento a est, a Tobruk.

Nel maggio del 2016, a seguito degli accordi di Skhirat, a Tripoli si è insediato anche il Consiglio presidenziale, un organo voluto dalle Nazioni unite, guidato da Fayez al-Serraj, con il compito di comporre il nuovo Governo di accordo nazionale. Offrendo al parlamento islamista ampie garanzie di rappresentanza nei futuri assetti istituzionali del paese, il nuovo Governo di unità nazionale avrebbe dovuto entrare in carica solo dopo che la Camera di Tobruk avesse ratificato gli accordi di Skhirat, voto che non è stato ancora ottenuto. Il Consiglio presidenziale ha l’appoggio degli Stati uniti e dei principali paesi dell’Europa occidentale, ma non riesce ad affermare il proprio controllo nemmeno nella capitale, dove avvengo scontri armati tra le milizie che lo sostengono e alcuni gruppi islamici legati al Gran Muftì Sadeq al Ghariani e a Khalifa Ghwell, leader politico del parlamento islamista (per un aggiornamento sulla situazione dei negoziati di pace si veda The Lybian Political Agreement: Time for a Reset, International Crisis Group, 4 novembre 2016).

Mentre il processo di stabilizzazione promosso dalle Nazioni unite entrava in stallo, la Russia cominciava il suo avvicinamento ad Haftar. Come si legge nel report di Mageresi e Toaldo, la scorsa estate sia Haftar, sia Agila Saleh, presidente della Camera dei rappresentanti, sono stati in visita a Mosca. Il 27 giugno il generale, su invito dei russi, ha incontrato il capo del Consiglio di sicurezza nazionale, il Ministro della difesa e il Ministro degli esteri per discutere di forniture di armi e supporto politico. Il 29 giugno, sempre su invito dei russi, anche Ahmed Metig, vice primo ministro del Conisglio presidenziale e influente leader di Misurata, noto per la sua opposizione ad Haftar, è stato a Mosca ma ha incontrato il vice capo del Consiglio di sicurezza nazionale, il vice Ministro della difesa e il vice Ministro degli esteri. Si è così palesato in maniera inequivocabile per chi parteggi la  Russia in Libia (Eye on Isis in Libya, 4 luglio 2016).

Haftar ha poi effettuato una nuova visita in Russia a metà novembre 2016. Infine lo scorso dicembre, Lavrov ha incontrato per la seconda volta, sempre a Mosca, anche Agila Saleh. Oltre a parlare di sicurezza e lotta al terrorismo, i due hanno discusso anche di economia e in particolare di una nuova fonritura di dinari libici, stampati dalla zecca russa, per contrastare l’assenza di liquidità nella Libia controllata dai nazionalisti. Una prima tranche da 4 miliardi di dinari (circa 2,9 miliardi di dollari Usa) era già giunta in Libia a giugno 2016.

Cosa ha ottenuto Haftar dalla Russia? L’appoggio per un’operazione militare contro il terrorismo nel paese e per convincere il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite a togliere l’embargo sulle armi alla Libia.

E cosa cerca la Russia in Libia? Il Cremlino sta cercando di capire se lo “schema siriano” è applicabile anche in Libia. Lo “schema siriano” consta di quattro punti:

  1. Sostenere a livello diplomatico l’uomo forte del paese. In Siria era Assad in Libia è Haftar, due leader accomunati dalla stessa ideologia arabo-nazionalista e invisi agli Stati uniti.
  2. Appogiarne la campagna militare per liberare il paese dal terrorismo. In Siria la Russia è intervenuta in prima persona a fianco dell’esercito di Assad. Probabilmente non sarà disposta a fare altrettanto in Libia. Tuttavia, l’assistenza militare russa e l’appoggio diplomatico per sbloccare le forniture di armi all’esercito di Haftar sarebbero decisivi per garantirne la supremazia militare.
  3. Mantenere la definizione di “terroristi” sufficientemente vaga da farvi rientrate tutti gli avversari politici del proprio protetto. In Siria ciò è servito alla Russia per colpire con i propri raid aerei non solo le forze dello Stato islamico, ma anche i ribelli anti-Assad sostenuti dagli Stati uniti. In Libia, le milizie filo islamiste di Tripoli che si oppongono ad Haftar potrebbero essere i “nuovi terroristi” da combattere. Giova al proposito ricordare che il ruolo dei jihadisti in Libia è oggi ridotto ai minimi termini: l‘Isis è stato cacciato da Sirte mentre a Bengazi il Consiglio dei rivoluzionari della Shura, una coalizione di milizie islamiste e jihadiste  ha ridotto la sua resistenza alle forze di Haftar ad alcuni quartieri della città.
  4. Ottenere grande influenza politica nel paese, ricchi contratti e basi militari nel Mediterraneo centrale, proprio di fronte a quelle NATO in Sicilia.

L’appoggio russo ai nazionalisti di Haftar potrebbe però rivelarsi funzionale alla stabilità della Libia. Magerisi e Toaldo scrivono che “la Russia ha tenuto un certo grado di ambiguità sui suoi piani, fornendo supporto formale al processo di pace e, al contempo, prendendo le parti di uno dei signori della guerra del paese”. Tuttavia, la paura di un Haftar troppo forte potrebbe convincere gli avversari a rinunciare ad una prova di forza militare e a spendersi per rilanciare il processo di pace, che pur tra mille difficoltà ha comunque diminuito la conflittualità nel paese. D’altra parte, concludono i due analisti “nessuna strategia contro il terrorismo può avere successo senza una strategia di stabilizzazione”.

Come scrive l’International Crisis Group “occorre che gli stati alleati di Haftar e gli stati alleati di al-Serraj intervengano di concerto. Stati uniti, Regno unito, Italia, Algeria, Turchia e Qatar devono dissuadere le milizie di Misurata dal proseguire verso la Cirenaica le operazioni rivolte contro lo Stato islamico a Sirte. Russia, Egitto, Emirati arabi uniti devono pressare Haftar affinché si astenga dall’allargare il proprio raggio d’azione verso Tripoli. A quel punto occorrerà riaprire le trattative. Haftar e la Camera dei rappresentanti dovranno smettere di accusare al-Serraj e il suo Consiglio di presidenza di essere un fantoccio dell’occidente o condizionato dai Fratelli musulmani, e al-Serraj dovrà offrire ad Haftar e al parlamento di Tobruk maggiori garanzie in materia di sicurezza.

Fino a pochi mesi fa questo percorso non necessariamente aveva bisogno dell’appoggio esplicito di Mosca. Ora non è più così.

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