La Russia entra nel nuovo anno con in tasca il successo diplomatico e militare in Siria. I bombardamenti condotti in appoggio alle forze leali ad Assad hanno conferito enorme prestigio internazionale al Cremlino. Una simile operazione militare sarebbe stata impossibile per i russi solo dieci anni fa. La riforma delle forze armate, avviata dopo il 2010, sembra aver dato i propri frutti. Le capacità operative manifestate in Siria dimostrano che Mosca ha a disposizione capacità militari flessibili per intervenire con successo anche in conflitti circoscritti.

I generali hanno imparato la lezione della guerra in Georgia del 2008, quando i russi condussero la campagna militare sfruttando brutalmente la loro superiorità numerica e in armamenti. In Georgia, però, si erano palesati enormi limiti nelle capacità di coordinamento dello sforzo militare, nel livello di equipaggiamento e di addestramento delle truppe.

Essere una superpotenza nucleare ha i suoi vantaggi, ma senza forze armate capaci di intervenire in conflitti limitati, il rischio è di essere totalmente tagliati fuori dalle crisi che caratterizzano l’attuale sistema multipolare delle relazioni internazionali.

Ma ora che la Russia ha uno strumento militare efficiente e che ha provato sul campo la sua capacità, sarà più propensa ad utilizzarlo?

Mantenere forze armate efficienti ha un costo elevato. Dal 2010 le spese militari della Russia sono sempre state in crescita. Secondo i dati del Sipri (l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma, che ogni anno misura le spese militari dei vari paesi  in dollari statunitensi del 2014) nel 2010 la Russia ha speso 60,9 miliardi di dollari (pari al 15,9% del bilancio statale e al 3,8% del Pil) e nel 2015 la spesa ha superato i 91 miliardi (pari al 25,8 % del bilancio statale e al 5,4% del Pil).

Cifre considerevoli, ma che impallidiscono al confronto di quelle sostenute dalla Cina, che nel 2015 ha speso 214 miliardi di dollari impiegando appena l’1,9% del proprio PIL, e dagli Stati Uniti, che nello stesso anno hanno speso 595 miliardi di dollari pari al 3,3% di PIL.

Se poi si considera che nel 2015 il Pil della Russia è stato di 1.331 miliardi di dollari (più basso di quello italiano, pari a 1.821 miliardi) mentre il PIL americano è stato di 18.037 miliardi e quello cinese di 11.008 miliardi è evidente che, a queste condizioni, la gara con Washington e Pechino è impari e lo sarà anche nei prossimi anni.

Tanto più che, come raccontano i dati della Banca mondiale, l’economia russa è in recessione da due anni (-3,7% il PIL nel 2015 e -1,2% nel 2016), mentre gli Stati Uniti sono cresciuti del 2,3% nel 2015 e dell’1,8% nel 2016. E La Cina continua a crescere di circa il 6,8% l’anno. Sulla performance economica russa pesano i ritardi strutturali del paese, il basso del prezzo del petrolio e l’impatto delle sanzioni europee, prorogate fino al luglio 2017.

In ogni caso, si può ragionevolmente pensare che Mosca manterrà alta la spesa militare, al di là di quella che sarà la situazione economica del paese. Infatti, i successi in politica estera hanno portato indubbi vantaggi a Mosca, sia sul piano geopolitico, sia sul piano della politica interna.

Dal punto di vista geopolitico, l’intervento in Ucraina, oltre ad aver portato all’annessione della strategica penisola della Crimea, è stato un avvertimento contro l’espansione della NATO nell’Europa Orientale. In Siria, invece, era necessario salvaguardare l’accesso al Mediterraneo e alla base navale di Tartus, senza dimenticarsi che le portaerei russe possono arrivarvi solo attraverso il Bosforo e i Dardanelli turchi. Ciò spiega perché la Russia ha deciso di mantenere sempre e comunque, anche dopo l’incidente dell’aereo russo abbattuto al confine turco nel novembre 2015, un posto libero per Ankara al tavolo delle trattative di pace per la Siria.

Dal punto di vista della politica interna, invece, i due interventi militari sono stati funzionali alla retorica nazionalista e russo-centrica di Putin. La Russia è stata e deve rimanere una potenza di prim’ordine nel mondo. Dimostrazioni di forza come quelle effettuate in Ucraina e in Siria accrescono il consenso, la legittimazione, e il timore, dei russi verso il regime.

Un consenso che nelle stanze del Cremlino non danno per scontato. Lo scorso settembre, alle elezioni per il rinnovo del parlamento russo, ha votato solo il 48% degli aventi diritto, la percentuale più bassa di partecipazione nell’era post sovietica, mentre nel 2011 la partecipazione fu del 60%. Le elezioni sono state un successo per Putin. Il suo partito, Russia unita, ha ottenuto il 54,2% dei consensi, garantendosi 343 seggi su 450. Ma il calo sotto il 50% dei votanti è un segnale chiaro: la maggioranza dei cittadini russi non vota, e non vuol votare, per Putin.

Ciò non significa che dobbiamo aspettarci un cambio ai vertici della Federazione russa, tutt’altro. Il regime è stabile come forse non è mai stato negli ultimi anni e la leadership politica ha il pieno controllo del paese. Ma il successo in Siria non è il ritorno della Russia allo stato di superpotenza globale. L’economia è ancora troppo debole rispetto a quelle di Cina e Stati uniti. Le entrate fiscali russe dipendono ancora troppo dal prezzo del petrolio sui mercati internazionali, fattore su cui gli Stati uniti, ma anche la Cina, possono influire con successo. La recessione mette a rischio la tenuta sociale del paese e le difficoltà economiche dei russi, che oggi si esprimono con l’astensione alle elezioni, potrebbero in futuro, trasformarsi di nuovo in palesi contestazioni del regime.

La Russia non è ancora in grado, e non lo sarà neanche negli anni a venire, di proiettare unilateralmente la propria forza militare oltre l’Europa Orientale e lo spazio geopolitico della ex Unione sovietica. Tuttavia, il 2017 potrebbe volgere a favore di Mosca. Il prezzo del petrolio è dato in aumento,  grazie all’accordo raggiunto in sede Opec, e alla Casa Bianca è al potere il nuovo presidente Trump, che con Putin condivide molte linee di politica estera. E ciò potrebbe spingere la leadership politica russa a compensare le proprie debolezze economiche attraverso un utilizzo più aggressivo dei suoi asset militari.

Insomma, “il grande orso” non fa ancora paura, ma le ambizioni di politica estera della Russia e la necessità di legittimazione interna del regime, potrebbero spingere Mosca a valutare con maggior favore il proprio intervento militare nelle crisi geopolitiche in corso e che potrebbero aprirsi nel corso del 2017.

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