Il 31 marzo scorso, il ministro degli Esteri italiano, Giuseppe Di Maio, ha illustrato le linee programmatiche del governo in materia di politica estera alle commissioni Affari esteri della Camera e del Senato. Il ministro ha indicato nell’europeismo, nell’atlantismo e nel multilateralismo “i punti di riferimento per l’Italia”. “Appartenenza all’Unione europea, appartenenza all’Alleanza atlantica e multilateralismo disegnano un perimetro di valori, rappresentano la cornice in cui operare, forniscono leve e strumenti per perseguire i nostri interessi e priorità”, che sono: “il Mediterraneo e l’Africa; il rapporto con i grandi attori globali e regionali; l’internazionalizzazione e la promozione del sistema Italia; la valorizzazione degli italiani all’estero”.

Il ragionamento che soggiace a questo schema è il seguente. L’Italia è una potenza regionale nel panorama internazionale. Per accrescere la sua influenza, oltre alle proprie risorse diplomatiche e militari, ha bisogno di “leve e strumenti” ulteriori:  appunto l’europeismo (con l’adesione alle Ue), l’atlantismo (con l’adesione alla Nato) e il multilateralismo (con l’adesione alle varie organizzazioni internazionali, prima su tutte l’Onu).

Quando però il ministro si riferisce all’europeismo, all’atlantismo e al multilateralismo come “perimetro di valori” e “cornice in cui operare” riconosce, implicitamente, che questi tre punti di riferimento siano anche limiti, vincoli alla politica estera italiana.

L’Italia non ha la possibilità di superare tali vincoli. Deve perseguire i propri interessi e priorità senza mettere in discussione europeismo, atlantismo e multilateralismo. Roma  deve conciliare la stabilizzazione del Mediterraneo allargato, l’ampliamento dell’integrazione europea ai Balcani occidentali e la promozione delle imprese italiane con la fedeltà alla Ue, alla Nato, al multilateralismo.

Accettato questo schema, la situazione più favorevole all’Italia si ha quando le scelte dell’Ue, della Nato e dell’Onu coincidono con gli interessi nazionali. La situazione più critica quando non coincidono. Tra questi due opposti esiste una serie di situazioni intermedie, in cui può succedere che le decisioni di una delle organizzazioni a cui aderisce l’Italia siano in linea con gli interessi italiani, mentre le decisioni di un’altra non lo siano. Si pensi alle differenze che esistono su molti dossier tra Stati Uniti e Unione europea, quando l’Italia prova a conciliare il punto di vista atlantico con quello europeo in una sintesi coerente con i propri interessi in politica estera.

Interessi suddivisibili in due aree geopolitiche: il Mediterraneo allargato e il contesto globale. Il Mediterraneo allargato è la macro-regione in cui insistono le priorità strategiche dell’Italia: la stabilizzazione della Libia, il ruolo della Turchia, la cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale, i rapporti con l’Egitto, la questione israelo-palestinese, la missione Unifil in Libano (dove sono impegnati 1.000 militari italiani), la crisi in Siria, la lotta al terrorismo e la ricostruzione in Iraq, il dialogo con l’Iran, la stabilizzazione del Sahel, la stabilizzazione del Corno d’Africa.

Oltre il Mediterraneo allargato, nel contesto globale della politica internazionale, per l’Italia è necessaria, dichiara Di Maio,  “una gestione efficace ed equilibrata dei rapporti con i principali attori globali al di fuori della nostra area di appartenenza euro-atlantica, a partire da Russia e Cina” cui si aggiungono l’America latina e l’Indo-pacifico.

Insomma, la comunicazione fatta davanti alle due commissioni dal capo della Farnesina mantiene l’azione del Governo ancorata ai tradizionali capisaldi della politica estera italiana. Il Mediterraneo allargato rimane lo scenario geopolitico in cui l’Italia si propone di proiettare la propria influenza diplomatica e i propri strumenti militari, sempre in alleanza con gli Stati uniti, di cui si auspica “maggiore attenzione ai dossier del Mediterraneo”. L’Europa continua ad essere la dimensione irrinunciabile per poter dialogare con pari potere di contrattazione con Cina e Russia (e magari anche con gli Stati uniti) e la stabilizzazione della Libia resta la priorità assoluta per Roma. Il più importante elemento di novità è il riconoscimento della crescente importanza che sta assumendo la Turchia, sia per il suo ruolo in Libia, sia nella lotta al terrorismo, sia sulle politiche migratorie. E’ probabile che nei prossimi anni sia proprio verso Ankara che la diplomazia italiana dovrà accrescere i propri sforzi. Geopolitica Italiana Icona

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