L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stata anticipata all’opinione pubblica con largo margine. Il Washington Post, il 3 dicembre 2021, due mesi e mezzo prima dell’attacco, pubblica un documento desecretato dai servizi di intelligence statunitensi sui movimenti militari russi. Il titolo è eloquente: “La Russia pianifica una massiccia offensiva contro l’Ucraina che coinvolgerà 175.000 militari”. Perché i servizi declassificano un documento così delicato, con tanto di foto satellitari, numeri e dati sullo sforzo bellico russo, mettendo a rischio le proprie fonti di informazioni sul campo? L’obiettivo è contrastare la narrazione strategica che la Russia avrebbe utilizzato per giustificare l’invasione.

La narrazione russa dell’invasione si palesa nelle prime ore di giovedì 24 febbraio 2022, quando Putin, ad attacco ormai imminente, si rivolge alla nazione con un intervento video in cui afferma: “Ho adottato la decisione di condurre un’operazione militare speciale. Il suo obiettivo è difendere le persone che sono state oggetto di umiliazioni, genocidi nella regione di Kiev per otto anni. E, a tal fine, assisteremo alla smilitarizzazione e denazificazione dell’Ucraina. (…). Queste circostanze ci impongono di prendere provvedimenti risoluti e immediati. Le repubbliche popolari del Donbas hanno fatto appello alla Russia per essere aiutate”.

Lo stesso 24 febbraio, la Roskomnadzor, l’agenzia regolatrice delle comunicazioni in Russia, comunica ai mass media di usare esclusivamente le informazioni e i dati che ricevono da fonti ufficiali russe per raccontare l’operazione militare speciale in Ucraina, altrimenti avrebbero potuto essere perseguiti per aver diffuso informazioni false.

La chiesa ortodossa russa fa proprio lo storytelling putiniano domenica 6 marzo, quando, durante il sermone tenuto nella cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca, Cirillo I, patriarca di tutte le Russie, afferma che “da otto anni nel Donbass è in corso la repressione, lo sterminio della popolazione. Otto anni di sofferenza e il mondo tace”.

La giustificazione ufficiale dell’invasione si declina anche attraverso un breve cartone animato, che sarebbe stato diffuso in tutte le scuole russe, per spiegare, attraverso metafore, quello che sta succedendo tra Russia e Ucraina.

La narrazione strategica del Cremlino si rivolge ai russi che abitano in Russia per creare una bolla informativa funzionale alla stabilità del sistema. Tuttavia, convincere l’opinione pubblica interna non ha solo valore propagandistico. Per il Cremlino, il potere si è sempre legittimato non solo imponendo la versione ufficiale dei fatti ma anche misurando la propria capacità di rendere questa versione talmente verosimile da farla accettare come verità (“pravda” in russo). Il controllo quasi completo delle televisioni nazionali e della stampa quotidiana che trasmettono e pubblicano in russo, assicura a Putin di raggiungere con la propria propaganda un ampio pubblico di massa. In Russia più di 16 milioni di persone (l’11% della popolazione) non usa internet e anche chi lo fa deve confrontarsi con un indice di libertà della rete che secondo Freedom House nel 2021 raggiungeva appena i 30 punti su un massimo di 100. Il governo russo infatti blocca siti internet non graditi, mette al bando dal web determinate informazioni e punta a sviluppare una propria rete (RuNet) che permetta di isolare il paese dall’internet globale. Nei giorni successivi all’invasione, Yandex, il principale motore di ricerca russo, ha inserito, sotto la barra di ricerca, il messaggio: “Alcuni materiali su Internet potrebbero contenere informazioni imprecise. Si prega di prestare attenzione”. La scritta appare quando si cercano, in russo, notizie sull’Ucraina.

Ma ritenere che la Russia guardi solo in casa propria è ingenuo. Le vulnerabilità del sistema dell’informazione nei paesi occidentali, rese ben chiare dall’infodemia che ha caratterizzato il dibattito pubblico sul Covid 19, offrono la possibilità di utilizzare troll, bot, profili social anonimi, blog, siti di informazione online per orchestrare campagne di disinformazione basate su fake news, teorie del complotto e titoli acchiappa-click al fine di condizionare le opinioni pubbliche e i processi di decisione delle democrazie, aumentare la diffidenza verso le classi politiche, rendere difficile ai cittadini comprendere questioni complesse, fino a creare un ambiente informativo in cui tutto può essere vero e tutto può essere falso (post-verità).

Le cosiddette “operazioni di informazione” sono ormai prese in larga considerazione anche nelle dottrine militari sulla conduzione delle guerre ibride, perché consentono di raggiungere un pubblico vastissimo, hanno costi bassissimi e sono facili da mascherare. Si pensi al sito Waronfakes.com, apparso online come profilo Telegram il 23 febbraio 2022 e che, proponendosi come servizio di fact-checking, si presenta come debunker della “guerra dell’informazione contro la Russia”, ma si riferisce alla guerra in Ucraina chiamandola “operazione militare speciale”, come da direttiva del Cremlino.

La consapevolezza che la Russia utilizzi una propria catena di disinformazione risale al 2016. Robert Mueller, il procuratore speciale del Dipartimento della Giustizia statunitense incaricato di indagare sulle possibili azioni russe per condizionare il risultato delle elezioni presidenziali americane del 2016, nella sua relazione finale, pubblicata nell’aprile 2019, indica a chiare lettere l’esistenza di un grande sforzo dell’intelligence russa e della Internet Research Agency, per aiutare Donald Trump e danneggiare la candidata democratica Hillary Clinton.1

Sono gli effetti dello “sharp power”, la capacità di perforare l’ambiente informativo e politico della controparte per ottenere influenza sul suo sistema politico.2 Un potere che ha già fatto della Russia, nell’immaginario politico di una larga fetta dell’opinione pubblica occidentale, come scrive Anna Zafesova3, “una nazione ricca e potente, invulnerabile ai problemi del mondo contemporaneo – globalizzazione, migrazioni e secolarizzazione. (…) un paradiso, in cui il buon vecchio passato sopravvive ancora, dove non ci sono immigrati, persone Lgbt, pacifisti, femministe e ambientalisti; un paese che è fedele ai valori cristiani tradizionali, con i maschi bianchi ancora fermamente in controllo delle proprie famiglie e con gerarchie chiare e indiscutibili”.

1 S. Giusti and E. Piras, Democracy and Fake News. Information Manipulation and Post-Truth Politics, Routledge, 2021. p. 14.

2 Si veda in proposito F. Bechis, Playing The Russian Disinformation Game, in Giusti-Piras 2021, cit.

3 A. Zafesova, Lie to live: The Production of a Faked Reality as an Existential Function of Putin’s Regime, in Giusti-Piras 2021, cit.

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