AQMI_Flag_asymmetric.svg (di DANIEL PESCINI).  Lo stato islamico sta arretrando. In Siria, le Forze democratiche siriane (un’alleanza di curdi, arabi, armeni, circassi e turcomanni) si appresta a lanciare l’offensiva per conquistare Raqqa. In Iraq Falluja sta cadendo nelle mani dell’esercito iraqeno e Mosul è nel mirino dell’attacco dei peshmerga curdi nel nord del paese.

Di fronte alla prospettiva di una sconfitta, quali strategie potrebbe adottare lo Stato islamico per continuare nella sulla lotta? Nell’articolo In the Event of the Islamic State’s Ultimely Demise, pubblicato su Foreign Policy lo scorso 11 maggio, Brian Michael Jenkins e Colin Clarke  indicano tre possibili “piani B” che lo Stato islamico potrebbe scegliere: continuare a rimanere in Siria e Iraq e dare vita ad un movimento di resistenza; spostarsi in un’altra raccaforte jihadista; puntare verso l’escalation del conflitto.

Approntare la resistenza in Siria e in Iraq presuppone il trasferimento in clandestinità dell’organizzazione, lasciando ai governi di Baghdad e Damasco il controllo formale del territorio. Nei fatti, però, sarebbe sempre lo Stato islamico a detenere il controllo sostanziale del territorio. Infatti, servirà ancora molto tempo prima che Iraq e Siria possano dotarsi di strutture di intelligence e di polizia capaci di contrastare una resistenza clandestina ben organizzata. Lo Stato islamico, inoltre, potrebbe continuare a contare sul consenso di una parte della popolazione sunnita che non vuol essere sottoposta al regime sciita di Baghdad o al regime alawita/sciita di Damasco.

“Tale rete potrebbe assomigliare a quello che i talebani hanno già creato in Afghanistan -scrivono Jenkins e Clarke- un sistema in cui i governatori ombra amministrano con i tribunali della sharia e spesso diventano il metodo preferito di giustizia nei confronti dei funzionari dello stato afghano”.

La resistenza potrebbe essere una soluzione gradita alla componente iraqena e siriana dello Stato islamico. Rischia però di far uscire dalle fila del gruppo i foreign fighters, siano essi tunisini o marocchini, caucasici o europei, che non avrebbero interesse a combattere una guerriglia di retroguardia in un paese che non è il proprio. Per questi le alternative sarebbero il rientro in patria o l’adesione ad altre organizzazioni jihadiste salafite, come Al Nusra in Siria.

Spostare il gruppo in un altra roccaforte jihadista al di fuori di Siria e Iraq è una opzione rischiosa. Fino a pochi mesi fa, la Libia sembrava essere la destinazione più adatta, visto che nel paese i gruppi affiliati al Califfato controllano Sirte e oltre 200 chilometri di costa. Ma in Libia la situazione sta cambiando. A Tripoli si è insediato il nuovo governo di unità nazionale appoggiato dalla comunità internazionale. L’altro governo libico, quello di Tobruk, sostenuto dall’Egitto e dall’Arabia saudita, vede così sminuita la propria legittimità a governare il paese. Sia a Tripoli sia a Tobruk sanno che prima o poi dovranno sedersi al tavolo delle trattative per disegnare il futuro della nuova Libia. Per arrivarci con una posizione di forza, i due governi stanno pianificando nuove operazioni per scacciare l’Isis dalla regione di Sirte e acquisirne il controllo. E infatti all’ultimo vertice di Vienna sulla Libia si è affacciata la possibilità di un allentamento dell’embargo sulle armi.

Un’altra destinazione potrebbe essere il Sinai. Secondo fonti militari statunitensi, qui sono già circa mille i combattenti ed è attivo il gruppo di jihadisti egiziani Ansar Bayt al-Maqdis, nato nel gennaio 2011 e affiliato allo Stato islamico dal novembre 2014. Risorse disponibili e spazi di manovra sarebbero molto più angusti rispetto allo scacchiere siro-iraqeno, ma il Sinai confina con Israele a est e con il canale di Suez a ovest, due bersagli perfetti per azioni di guerrilla e di terrorismo. Non solo. Avere Israele come avversario diretto, permetterebbe allo Stato islamico di ridefinire la propria missione facendo propria la causa palestinese.

Quale che sia la meta scelta, nel breve periodo, il trasferimento in un altro contesto geopolitico sarebbe un duro colpo per la credibilità del gruppo, visto che lo Stato islamico in Iraq e in Siria non combatterebbe più in nessuno dei due paesi. Tuttavia, poichè al momento gli Stati uniti non vogliono aprire un altro fronte di guerra in Medio Oriente, il gruppo avrebbe maggiori opportunità per sopravvivere.

“Sarebbe un errore ritenere che uno Stato islamico geograficamente disperso, non sia in grado di mantenere la fedeltà dei suoi combattenti” scrivono Jenkins e Clarke.

Trasformarsi da autorità in pieno controllo di un territorio a rete di gruppi affiliati, però, comporta due aspetti critici. Il primo è l’inevitabile dispersione dei combattenti verso i gruppi locali (per esempio i salafiti del Sinai o al-Shabab nel Corno d’Africa), che ne risulterebbero rafforzati a discapito della struttura di vertice del gruppo. Lo Stato islamico ripercorrerebbe la parabola di Al Qaeda, i cui capi sono oggi ridotti a comandanti-predicatori, sempre meno ascoltati (lo stesso Al Baghdadi ha fondato lo Stato islamico in aperta rottura con le indicazioni di Al Zawahiri).

Il secondo aspetto critico consiste nel capire se lo Stato islamico può sopravvivere finanziariamente senza il controllo di un territorio ricco e strategico come quello che attualemente occupa in Siria e in Iraq. Comandare la mezzaluna che va da Palmyra (in Siria) a Ramadi e Falluja (in Iraq) e che passa ad Raqqa, Deir el Zor e Mosul significa riscuotere tasse, contrabbandare armi, petrolio, merci di prima necessità, rapire occidentali per chiederne il riscatto. Senza territorio queste attività non saranno più possibili.

Inoltre, l’affermazione dello Stato Islamico in Siria e Iraq è stata sempre funzionale al confronto regionale tra Arabia saudita e Iran, tra sunniti e sciiti, le cui linee di faglia attraversano proprio Iraq e Siria.  Una volta fuori da questi due paesi, i ricchi sostenitori sunniti dello Stato islamico avranno ancora interesse a finanziare un gruppo segmentato, non più in grado di condurre una guerra per procura su questi due fronti?

E se invece lo Stato islamico rilanciasse e optasse per una escalation? Ovvero un attacco a tutto campo, in cui riversare tutto il potenziale militare del gruppo, allo scopo di distrarre il nemico e demoralizzarlo. Ecco cosa scrivono Jenkins e Clarke:

Un attacco a tutto campo da parte dello Stato Islamico potrebbe comportare l’assassinio del presidente siriano Bashar al-Assad, una campagna di terrorismo a Baghdad o a Damasco, o un attacco spettacolare per costringere gli Stati Uniti o l’Europa ad una guerra aperta. Baghdadi potrebbe anche prendere in considerazione un importante attacco alla Mecca o Riyadh (..), destabilizzare Giordania o Libano, un attacco contro Israele, o una campagna nel Caucaso settentrionale per punire Mosca per il suo coinvolgimento in Siria. Il costo militare di un attacco del genere sarebbe significativo, ma potrebbe cambiare le dinamiche del conflitto. Un’offensiva disperata potrebbe costare ai leader dello Stato islamico una parte significativa dei loro combattenti. Ma significherebbe ricordare al mondo – e a potenziali reclute – che lo Stato islamico rimane una forza da non sottovalutare”.

Concludendo, qualsiasi sia il piano B scelto, lo Stato islamico rischia profondi divisioni al suo interno. Seguire la strategia della resistenza garantirebbe ancora una funzione allo Stato islamico nel confronto tra sciiti e sunniti, permetterebbe il controllo del territorio, ma ne ridurebbe di molto il ruolo e la forza militare, poichè è probabile che i foreign fighters abbandonino il gruppo. La rilocalizzazione in un’altra rea geografica manterebbe in vita l’Isis, ma al prezzo di una radicale trasformazione dello stesso da attore statuale a rete di gruppi sparsi, con conseguente ridimensionamento dei leader a parte marginale dell’organizzazione rispetto ai gruppi locali. Costringerebbe inoltre il gruppo a ripensare completamente la propria missione, non avendo più senso chiamarsi Stato islamico in Iraq e in Siria. Infine, l’escalation avrebbe un costo enorme in termini militari e non garantirebbe comunque la fine delle azioni di guerra contro il gruppo. Anzi, le renderebbe ancora più violente e legittimate.

Lo Stato islamico non ha una soluzione che consenta di salvaguardare il ruolo di leadership dei propri vertici e, al contempo, la sopravvivenza del gruppo e la capacità di attrarre. Perciò nei prossimi mesi l’organizzazione sarà costretta a mutare, sarà più debole e, soprattutto, sarà più vulnerabile.

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