(Di Matteo Gatti). La crisi umanitaria in Libia, monitorata da enti quali la United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL) e lo United Nations Office for the Coordination of Human Affairs (UNOCHA), è esplosa con il conflitto in corso e con lo sviluppo dei flussi migratori nell’area mediterranea. La guerra civile e la derivante instabilità politica hanno dato origine al collasso economico ed istituzionale, delle amministrazioni pubbliche e della giustizia: la conseguenza per la popolazione è lo stato di insicurezza, l’esposizione alla violenza, la negazione dell’accesso ai servizi primari. Agli sfollamenti interni a causa degli scontri si aggiungono gli arrivi da altre nazioni africane di migranti, profughi e richiedenti asilo, tra i quali alcuni hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa e altri intendono fermarsi in Libia.

La guerra civile

Come possiamo apprendere anche da un apposito approfondimento dell’Istituto Affari Internazionali, la frattura politica esistente sin dal 2011 è sfociata nel conflitto civile Tobruk-Tripoli nel luglio 2014, riscontro di dinamiche internazionali e spinte geopolitiche più ampie. La situazione libica è riportata dalla BBC, che nella sua timeline mostra come gli scontri si siano concentrati nelle aree di Bengasi, Tripoli, Derna, Sirte e Ras Lanuf.

Recentemente le zone interessate sono state soprattutto i distretti di Ganfouda, Gwarsha e Souq al-Hout a Bengasi e le città di Sirte e Derna. Dall’11 settembre l’attività militare è stata intensa nell’area denominata “mezzaluna del petrolio”, comprendente le località di Ajdabiya, Zella, Ras Lanuf e Zuwetina, e dal 27 al 30 ottobre ad Azzawya si sono susseguiti quattro giorni di intensi scontri, ma la situazione è rimasta pericolosa anche dopo la tregua del 31 ottobre. Sono tuttora in corso gravi combattimenti a Tripoli.

Negli ultimi tre mesi gli scontri hanno causato tra la popolazione 74 vittime e 128 feriti, come riportato dai bollettini di UNSMIL di settembre, ottobre, novembre 2016. Gli effetti del conflitto si riscontrano, oltre che nella situazione di quotidiano pericolo, anche nel danneggiamento di case, strutture pubbliche e ospedali, nella carenza di beni e servizi primari, e nel disfacimento del sistema amministrativo, economico e giuridico.

Le dimaniche migratorie

Secondo le stime della International Organization for Migration (la IOM, agenzia collegata alle Nazioni unite che si occupa di monitorare i flussi migratori e garantire assistenza) sarebbero attualmente tra i 700mila e 1 milione i migranti presenti all’interno del territorio libico, provenienti in larga misura da Egitto, Niger, Sudan, Nigeria, Bangladesh, Siria e Mali. Infatti il paese è uno snodo fondamentale per i flussi di persone che raggiungono illegalmente l’Europa dal continente africano, ma costituisce anche la destinazione finale di un gran numero di migranti, come riportato da un’ulteriore relazione sempre curata dalla IOM. Indipendentemente dalle intenzioni originarie delle persone che abbandonano il proprio paese d’origine, esse possono essere fermate dalle autorità locali, oppure coinvolte nelle reti di traffico o tratta di migranti e arrestate arbitrariamente, o ancora decidere in seconda battuta di abbandonare la Libia per sfuggire alle difficili condizioni di vita che vi trovano e cercare una sistemazione più sicura.

La IOM dipinge inoltre un quadro di pericolo e complessità per quanto concerne le dinamiche migratorie mediterranee. Da gennaio a novembre 2016 più di 350mila migranti hanno raggiunto le coste dell’Europa, mentre circa 4.700 sono coloro che durante la traversata hanno perso la vita, quasi tutti per annegamento, o di cui si sono perse le tracce. Tra questi, attraverso le rotte del Mediterraneo Centrale che collegano l’Africa all’Italia, gli arrivi sono stati oltre 173mila, e i decessi 4.200, aumentati esponenzialmente a partire da marzo rispetto alle tratte del Mediterraneo Occidentale e Orientale. Il picco è stato toccato nel mese di maggio, con 1.130 vittime.

Le cifre della crisi umanitaria

Il report pubblicato dallo UNOCHA a settembre 2016 ci parla di 2,4 milioni di persone in condizione di bisogno e di una conseguente necessità di sostegno economico pari a 172,5 milioni di dollari, dei quali solo il 30% è stato attualmente ottenuto (51,7 milioni di dollari a novembre 2016): la ristrettezza delle risorse rende difficile l’azione capillare che sarebbe necessaria secondo lo Humanitarian Response Plan (HRP) 2016.

Facendo nuovamente riferimento a fonti ufficiali di UNOCHA, in particolare allo Humanitarian Needs Overview (HNO), sono circa 1,3 milioni le persone (di cui circa un terzo con età inferiore ai 18 anni) in stato di urgente necessità, su una popolazione totale di 6,4 milioni.

Sono diversi i gruppi che versano in una situazione di emergenza, condividendo condizioni di vita non sicure, difficoltà nel trovare riparo, carenza di strutture sanitarie e cure mediche di prima necessità, mancanza di cibo e acqua potabile, accesso negato all’educazione.

I profughi interni (Internally Displaced People, IDP) sono più di 240mila: la maggior parte ha abbandonato le proprie abitazioni a causa del conflitto dopo il luglio 2014, soprattutto a Tawergha, Sirte e Bengasi, ed è stata spostata verso Bengasi, Bani Walid, Ajdabiya, Abu Salim e Al Bayda, quasi sempre presso sistemazioni private, ma in condizioni sanitarie e materiali precarie. Come riferito dal rapporto sulla Libia della IOM, le località ospitanti hanno accolto gli sfollati, ma il protrarsi della situazione ha reso complicato l’accesso alle risorse e ai servizi primari. Inoltre la prospettiva di un ritorno alle aree originarie è difficilmente realizzabile a causa dell’instabilità interna al paese.

Ciononostante, più di 350mila persone sono ritornate nelle località d’origine dopo il trasferimento dovuto alla crisi, trovando le proprie case danneggiate o distrutte e affrontando carenza di servizi primari. La maggior parte (250mila) si trova attualmente nell’area di Aljfarah.

La porzione di popolazione che invece non è stata sfollata ma si trova in stato di bisogno è costituita da più di 430mila persone, tra le quali il maggior numero risiede nelle regioni di Bengasi, Misurata, Sirte e Tripoli.

Ammonta a quasi 300mila il numero di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, tra cui alcuni in viaggio verso l’Europa e molti invece con l’intenzione di fermarsi in Libia; la loro condizione è di particolare vulnerabilità a causa delle condizioni precarie di vita e degli abusi a cui sono esposti, e questo tipo di emergenza è rilevante soprattutto nella zona di Tripoli.

Le aree di necessità e gli interventi: agosto-novembre 2016

Sono stati numerosi gli interventi umanitari effettuati da ONG internazionali in stretta collaborazione con partner locali, per sopperire alle urgenze in differenti ambiti: sicurezza alimentare, salute, acqua e igiene pubblica, protezione, beni non alimentari,educazione. Tuttavia le risorse economiche sono ancora troppo limitate: a tal proposito sono state promosse campagne di fundraising quali ad esempio il Sirt Flash Appeal, diramato a partire dal 19 settembre, con cui le Nazioni Unite intendono raccogliere un finanziamento di 10,7 milioni di dollari per procurare assistenza e primo soccorso a 79mila abitanti della municipalità di Sirte.

Dal 2015 si è aggravata l’emergenza alimentare, dovuta all’interruzione delle forniture, ai danni alle infrastrutture, alla crescita dei prezzi e alla indisponibilità economica. Nel 2016 quasi 115mila persone, tra cui più della metà sono donne e bambine, hanno beneficiato dell’assistenza umanitaria in ambito alimentare, del quale si occupa in particolar modo il World Food Programme (WFP) in collaborazione con diversi enti, non conseguendo però gli obiettivi della pianificazione originaria per l’anno in corso, che avrebbe previsto di raggiungere 210mila persone in difficoltà. La ristrettezza dei fondi minaccia infatti l’attività di WFP, che ha attualmente una necessità urgente di 8,5 milioni di dollari per continuare l’azione sul territorio fino al termine del 2016, e di 17,3 milioni fino ad aprile 2017. Tra le principali attuazioni, il WFP ha gestito, insieme allo United Nations High Commissioner for Refugees (UNCHR), con la collaborazione di Libyan Humanitarian Relief Agency (Lib Aid) e CESVI, la distribuzione di cibo per rifugiati e richiedenti asilo a Bengasi nei giorni 28-30 agosto (dopo la prima avvenuta a giugno). UNHCR e International Medical Corps (IMC) hanno fornito invece assistenza alimentare presso il centro per migranti di Abu Salim a Tripoli il 28 settembre. Preziosa anche la collaborazione delle associazioni attive sul territorio Ayady Al Kahir Society e Shaikk Tahir Azzawi Charity Organization.

Il sistema sanitario nazionale deve affrontare un collasso dovuto ai gravi danneggiamenti delle strutture a seguito degli scontri, alla carenza di medicinali e strumentazione, e all’abbandono del paese da parte dell’80% del personale, soprattutto straniero. Quasi un terzo della popolazione (2 milioni di persone) necessita di assistenza medica, e la partnership internazionale attiva nell’ambito sanitario è riuscita a raggiungere circa 300mila persone dall’inizio dell’anno. In prima linea in quest’area si trova la World Health Organization (WHO), che si occupa di fornire assistenza, farmaci essenziali e materiale sanitario. Ad agosto ha procurato medicinali e strumenti per la cura di 50mila persone in tre mesi. Un’ulteriore iniziativa di WHO è il workshop di addestramento per medici libici “Clinical Management on HIV/ AIDS”, tenutosi nei giorni 1-12 agosto a Monastir, in Tunisia, incentrato su uso di terapie e medicinali antiretrovirali e su prevenzione e cura dell’HIV. Tra le varie forniture mediche giunte in Libia sono da evidenziare quella di insulina e quella dei vaccini contro la poliomelite, dei quali beneficeranno 1,5 milioni di bambini durante la campagna che si svolgerà tra il 10 e il 15 dicembre.

Il settore della protezione delle fasce più vulnerabili di popolazione dai pericoli del conflitto deve affrontare la disgregazione dello stato di diritto e la proliferazione di gruppi armati: la popolazione civile nelle aree interessate dagli scontri è esposta ad abusi, uccisioni, reclutamento forzato di bambini-soldato.

Soprattutto l’UNICEF è attiva in diverse città nell’ambito della protezione dei bambini, svolgendo importanti compiti nell’area dell’educazione, e gestendo attività didattiche e ricreazionali per minori a rischio di abbandono scolastico. Un esempio è lo spazio per bambini di Bani Walid, creato da CESVI e Assabeel Foudation, in collaborazione con UNICEF, presso il Bani Walid Higer Institute of Electronics: qui 160 minori possono beneficiare di assistenza psicosociale, interagire e giocare con i coetanei e usufruire di numerosi programmi ludico-educativi.

Da citare anche l’apporto delle organizzazione internazionali in ambito di aiuti non alimentari, ad esempio la distribuzione di cosiddetti non-food items a Bengasi di cui si sono occupati UNCHR e CESVI dal 28 settembre al 3 novembre.

Matteo Gatti é laureato in Lettere e studia Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale presso l’Università di Milano

 

Annunci