“Il 2016 è stato un anno di successi per la politica estera russa, un anno in cui molte delle scommesse di Mosca sembra abbiano ripagato ampiamente la posta. Il regime di Putin continua a fare uso massiccio della forza, sia convenzionale, come in Siria ed Ucraina, sia non convenzionale, come con i cyber attacchi agli Stati Uniti”. “È stato anche un anno in cui è sembrato che la Russia abbia tratto vantaggio da molti trend di politica internazionale. In particolare dall’apparente crescita del populismo in Occidente, simboleggiata dall’elezione di Trump. Ma occorrerà attendere tutto il 2017 per vedere come questi eventi saranno trasformati in politiche concrete”.

Si apre così l’analisi di Aglaya Snetkov, ricercatrice del Center for Security Studies di Zurigo, intitolata Gambles That May Actually play off – Russian Foreign Policy, pubblicata sul numero 195 del Russian Analytical Digest, il 22 dicembre 2016. L’analisi passa in rassegna tutti gli scenari in cui la Russia si è mossa in politica estera durante l’anno passato e trae alcune interessanti considerazioni.

Per quanto riguarda l’intervento militare in Siria, l’articolo evidenzia che “dal punto di vista operativo la ristrutturazione in corso delle capacità militari russe e le aumentate spese per la difesa pare abbiano portato i loro frutti in termini di efficacia militare”. Il ricordo delle debolezza mostrata durante la campagna in Georgia nel 2008 sembra passato del tutto. Inoltre, l’intervento non ha provocato significative proteste in Russia, neanche quando Stati uniti, Regno unito e Francia, hanno accusato apertamente Mosca, anche durante sedute del Consiglio di sicurezza Onu, di crimini di guerra per i bombardamenti su Aleppo Est. Nonostante il successo diplomatico e militare, secondo Snetkov “rimane tuttavia improbabile che nei prossimi anni la campagna in Siria divenga un modello per la politica di sicurezza esterna della Russia in regioni lontane dai suoi confini”.

Più complessa la strategia adottata dalla Russia in Europa orientale, dove l’obiettivo di Mosca è lo stesso da diversi anni: stabilire un limite all’espansione geografica della NATO. Nel corso del 2016 “le forze aeree russe hanno continuato a condurre frequenti incursioni nello spazio aereo NATO, la flotta del Baltico e la base di Kaliningrad sono state dotate di missili capaci di trasportare testate nucleari e diverse esercitazioni militari sono state condotte a ridosso di stati membri della NATO”. L’Alleanza ha risposto con la decisione di dispiegare quattro battaglioni multinazionali (detti anche “gruppi tattici”): uno a guida statunitense in Polonia; uno a guida britannica in Estonia; uno a guida canadese in Lettonia (composto anche da 140 militari italiani); uno a guida tedesca in Lituania. Ogni gruppo tattico è formato da mille uomini e secondo le intenzioni della NATO dovrà essere in grado di rispondere ad uno scenario di crisi entro il mese di maggio 2017. Se la Russia voleva mandare un avvertimento l’obiettivo è stato raggiunto e l’Europa orientale sta conoscendo una preoccupante escalation militare.

Europa orientale e Siria rientrano nell’area in cui la Russia ha interessi geopolitici e di  sicurezza nazionale. In entrambi gli scacchieri la Russia ha dimostrato di essere capace di proiettarvi anche la propria forza militare. Diverso è il caso dell’Europa occidentale, dove gli interessi russi non possono essere promossi con la minaccia dell’uso della forza. Mosca ha però sviluppato legami economici, sociali e politici con diversi gruppi politici europei anti-establishment e anti euro, allo scopo di minare il fronte comune dei paesi dell’Europa occidentale. Come si legge nel report, l’ondata di populismo anti-establishment che si è manifestata con il voto sulla Brexit a luglio 2016 e con l’apparente crescita di consenso delle forze populiste in Francia (Front nationale) e in Germania (Alternative for Deutschland), sembrerebbe avvantaggiare la Russia, cui in molti attribuiscono la capacità di influire, dopo le elezioni presidenziali americane, anche sulle prossime elezioni presidnziali francesi dell’aprile 2017, e sulle elezioni politiche tedesche del settembre 2017.

Snetkov fa però notare una differenza fondamentale. Se in Europa il populismo è un movimento che va dal basso verso l’alto, in Russia il populismo percorre la piramide del potere nel verso opposto, dall’alto verso il basso. Mentre in Francia, Germania, Regno Unito, Italia i partiti populisti rappresentano istanze dei governati che si rovesciano sui governanti, in Russia il populismo è una strategia di consenso messa in atto dai governanti per rafforzare il proprio potere sui governati. Mentre in Occidente il populismo diventa strumento di protesta contro il potere in carica, con l’obiettivo di rovesciarlo, in Russia serve a rafforzare il potere in carica. Di conseguenza se un’alleanza si è stabilita o si stabilirà tra i due populismi, essa sarà funzionale a screditare e disunire il fronte dei partiti politici filoeuropeisti, al potere in tutti i principali paesi, e a indebolirne le posizioni anti russe, che ancora oggi si manifestano concretamete nelle sanzioni economiche gradualmente imposte alla Russua dall’Unione europea  “in risposta all’annessione illegale della Crimea e alla deliberata destabilizzazione dell’Ucraina“.

Il report si conclude affermando che il 2016 resterà l’anno in cui la Russia ha saputo trarre grossi vantaggi dalla propria politica estera. Ha ottenuto indubbi guadagni geopolitici all’interno degli scacchieri in cui è ancora capace di proiettare la propria forza militare, come in Ucraina e in Siria. Si è guadagnata la fama di potenza capace di trasformare in azioni concrete le proprie direttive di politica estera. Nel 2017 si capiranno meglio quali sono le reali capacità della Russia di influenzare la politica estera mondiale oltre il raggio d’azione delle proprie forze armate ma “rimane altamente improbabile che il paese si affermi come un nuovo gendarme della sicurezza sulla scena mondiale” argomenta Snetkov.

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